giovedì 24 luglio 2014

Parigi, 8 e 9 luglio 14. COSA HO IMPARATO AL CAIPAN 14

Due giorni intensi e interessanti, per fare lo stato dell'arte
l'8 e il 9 luglio 2014, presso il CNES di Parigi, si è tenuto il primo workshop organizzato dal Geipan francese, l'unico ente governativo mondiale ad occuparsi di testimonianze Ufo: il Caipan-14 .
Si è trattato di un convegno a porte chiuse, con più di cento partecipanti da tutto il mondo e una trentina di relatori.
La prima giornata era dedicata alle "metodologie di inchiesta sul terreno" e alla "elaborazione di standard descrittivi dei casi di osservazione".
La seconda era divisa tra "osservazione sistematica del cielo" e "aspetti psicologici delle testimonianze".
A queste due intense giornate che il famoso ufologo Jacques Vallée ha definito "un sogno che si realizza", ho avuto l'onore di partecipare a nome del comitato CIPH con una presentazione intitolata "Le implicazioni della ricerca strumentale del non-identificato" dove ho parlato della nostra esperienza dal 2000 fino al Progetto SOSO, e della filosofia seguita nella ricerca sui Fenomeni Luminosi in Atmosfera.

Ma non è su questo nostro intervento che voglio soffermarmi (magari prima o poi lo tradurrò in italiano e sarà l'occasione).

Lo strumentale come modalità ragionevole di vivere i dubbi in campo ufologico
Vorrei piuttosto raccontare in breve l'impressione forte durante questa due-giorni di aver imparato cose interessanti, e la sensazione che potrebbero avere ricadute positive nel nostro lavoro nell'ambito dei fenomeni Luminosi in Atmosfera.
Credo che in questa fase dell'ufologia sia soprattutto importante affermare che credenza e scetticismo possono convivere, invece che restare nel dibattito sterile di questi anni.
E, forse il Caipan14 indica anche una via anche in tal senso.
Quanto alla strada che il nostro comitato ha scelto, lo strumentale, non deve sembrare come un semplice percorso razionale dopodiché tutto diventa più chiaro e scientifico; lo strumentale a nostro parere è la sola via che ci permette di fare qualcosa nell'ambito della ricerca Ufo, senza dover restare alla semplice accettazione (o negazione) della testimonianza.
Intanto, al di là delle scelte personali, degli orientamenti, delle idee da mettere in pratica, che fare del testimone? Forse c'è un punto di incontro tra l'interesse focalizzato sulla sola testimonianza e quello investito sulla ricerca strumentale.
Sembra di poter dire, dopo questo Caipan14 che anche la testimonianza è sempre più costruita con strumenti, poiché l'ambito tecnologico è sempre più intersecato a quello semplicemente umano e percettivo.
Spero nelle prossime righe di riuscire a precisare questa impressione che la testimonianza Ufo non è più solo e semplicemente un racconto orale, di fronte al quale fermarsi inermi.

Che testimone è il pilota
Ogni volta che mi è capitato di ascoltare Richard F. Haines mi ha sempre sorpreso la sua calma e precisione nell'esporre le sue complesse indagini sui piloti (vedi:  http://narcap.org/Technical_Reports.html ).
Haines ritiene che il pilota, data la sua esperienza specifica e la sua capacità di riconoscere altri oggetti e velivoli in cielo (ivi compresi in certi casi i droni militari), sia un testimone ottimale, decisamente superiore in esperienza alla media dei testimoni occasionali Ufo.
Alla base del suo ragionamento c'è un certo ottimismo sulle capacità del testimone-pilota di riconoscere qualsiasi cosa nel cielo, ma è abbastanza assodato che le loro testimonianze, così difficili da raccogliere per il timore degli stessi di essere ridicolizzati o allontanati dal proprio lavoro, sembrano disporre di qualcosa in più a livello di certi dettagli.
C'è questa situazione di spazio limitato di visibilità del pilota al di fuori della sua cabina che sembra quasi delimitare come in un quadro ciò che sta osservando, in aggiunta alla sua capacità tecnica di collocare l'oggetto nel cielo e descriverne forma e comportamento, e fare di questo tipo di avvistamenti una posizione privilegiata.
Le ricostruzioni in 3d se non addirittura quelle messe in atto con il simulatore di volo, presenti nel lavoro pluriennale di Haines, danno l'impressione di poter estrarre una mole superiore di dati rispetto alle indagini ufologiche più ordinarie.

La fragilità della testimonianza è un dato di fatto insormontabile?
Come accennavo l'impressione è che la raccolta dalla testimonianza si stia trasformando e passando da una analisi di tipo semplicemente psicologico e “sociologico” a qualcosa di più complesso in cui è difficile separare il testimone dalla tecnoscienza che sempre più lo circonda in forma di “oggetti-sensori” che possono interagire con lui (penso ad esempio all'iPhone e a certe applicazioni che possono stabilire la rotta e il tipo di aereo semplicemente puntandolo).
Questa sensazione è stata rafforzata dalle argomentazioni svolte da un inquirente del Geipan, Gilles Munsch (ve ne sono una ventina di addestrati che collaborano con l'ente francese).
Munsch parla di tre modelli di indagine Ufo che vedono interagire in diverso modo inquirenti-testimoni-esperti. Il modello tradizionale dove inquirente ed esperto sono figure abbastanza separate tra loro, mentre nel modello attuale, moderno, le due figure sono strettamente fuse e in sinergia.
Munsch profila anche un imminente modello “futurista” dove dei “sensori” sempre più tecnologici e a basso costo interagiscono con il testimone.
Mi pare che nelel sue parole sia presente la fine di una discrasia che voleva l'attenzione verso il testimone come “vera ufologia” opposta alla “ufologia strumentale” che sembrava invece trascurare il testimone.

Le analisi fotografiche: grandi passi in avanti
Credo si debba porre un certo rilievo ad interventi che hanno sottolineato come l'era digitale permetta commenti tecnici e risultati anche su materiale fotografico datato, sul quale non si era riusciti a stabilire una conclusione in modo irrefutabile.
E' l'esempio del gruppo tecnico-informatico IPACO diretto da Francois Louange, da tempo esperto del Geipan.
Riuscire a trovare la traccia di un filo di sospensione in una vecchia foto di “disco volante” senza neanche avere a disposizione la pellicola originale, sembra un'impresa “ a prima vista” impossibile, così come stabilire se i punti rossi di una foto possono con forte probabilità essere considerati lanterne cinesi, oppure se delle luci di una fotografia del cielo sono riflessi di luci nel paesaggio all'interno delle lenti...
La sofisticazione di questo tipo di analisi digitali, ci fa considerare che, se prima una foto occasionale di Ufo non ha mai potuto assurgere a status di prova scientifica, ora siamo in presenza di un dato, certo isolato, ma che ha la possibilità di parlarci in modo scientifico.

Quello che ho capito della catalogazione della casistica
Un problema permanente dell'ufologia sembra essere la raccolta e la catalogazione delle testimonianze. Come raccogliere?
Qui mi pare che il Geipan agisca nel senso responsabile di rendere disponibile nel modo più semplice possibile tutta la casistica (francese).
Più in generale siamo comunque lontani da un modo di condivisione standard dei dati da parte di tutta la collettività ufologica.
La domanda successiva comunque è : fare cosa di questi dati?
Jean-Pierre Rospars ha presentato una serie di dati statistici (su una casistica un po' datata) che sembrano confermare alcune “leggi” dei grandi numeri del passato degli studi sugli Ufo: maggiore casistica nei luoghi scarsamente popolati e nelle ore notturne, etc. in apparente contro-logica con quelle che sarebbero le aspettative. Anche se non credo che questo tipo di statistiche ci possano portare molto lontano, è preferibile che con questa mole di dati testimoniali si provi a fare qualcosa, piuttosto che lasciarli dormire in un cassetto/schedario.
Mi sembra poi che vi siano due tendenze diverse sulla casistica: la tendenza degli ufologi e quella di scienziati e tecnologi.
Gli ufologi mettono in campo analisi costi-benefici per dimostrare come sia utile trattenere tutto all'interno della loro catalogazione onnicomprensiva (Edoardo Russo, Cisu), mentre i tecno-scienziati hanno tendenza a separare rumore-segnale (Strand, Project Hessdalen, Massimo Teodorani, astrofisico, etc.).
Mi domando se non sia possibile trovare soluzioni tecnico-informatiche per tenere insieme queste due esigenze apparentemente contrapposte, come sembra di capire dalla relazione di Jean-Marc Wattecamps (Cobeps) e da un intervento di Jerome Beau, durante il dibattito.
A latere di questo discorso mi sembrerebbe importante non trascurare l'indagine sul testimone anche in quei luoghi dove vengono collocati degli strumenti.

Un ampio spazio del workshop dedicato all'osservazione strumentale
Sinceramente non mi aspettavo che un così ampio spazio venisse dedicato alla pressoché ignorata branca minoritaria dell'ufologia: gli strumentalisti (come sono stati definiti talvolta).
Questo mostra una sensibilità controtendenza del Geipan, anche rispetto alla sua attività storica che lo ha sempre visto impegnato sulla sola testimonianza.
Benché la missione del Geipan di Passot non sia e non possa essere quella di mettere in campo strumentazione e ricerca sul terreno, è evidente che questo ente stia facendo di tutto per facilitare il colloquio tra scienziati e studiosi interessati all'argomento.
Interessante in tal senso il progetto FRIPON per l'installazione futura di cento telecamere sul territorio francese.
Quanto alla relazione sul Fulmine Globulare fatta da Raymond Piccoli e da un suo collaboratore Philippe Ollier, entrambi del “Le laboratoire de la Foudre”, ne sono rimasto decisamente impressionato.
Sembra di poter dire che finalmente, dopo centinaia di anni, il fulmine globulare è un “identificato” con prove fotografiche scientifiche, vale a dire con un lavoro di ricerca continuativo.
Ora è evidente che non sappiamo ancora molto del fulmine globulare (o dei tre tipi di fulmini globulari secondo la classificazione delle testimonianze messa in atto da “Le laboratoire de la Foudre”) e quindi un fenomeno identificato ma incompreso.
Il fatto è che, come ci ha illustrato Piccoli, questa “incomprensione” riguarda anche aspetti per così dire “banali” del più noto fulmine ordinario.
E' evidente che tutte queste riflessioni, hanno una incidenza anche su eventuali fenomeni non-identificati che restano sotto l'etichetta generale di Ufo o, se preferite, di PAN.
La ricerca trentennale del Project Hessdalen ci dice che al di là della scarsità di dati raccolti c'è ancora molto da fare per tentare di grattare la superficie della non-identificabilità delle cosiddette Luci di Hessdalen e di altre Earthlights.
Le relazioni di Strand e di Teodorani, pongono più domande che risposte, più dubbi che soluzioni, e non credo che sia una critica affermare che siamo ancora in una fase pionieristica della ricerca strumentale nelle cosiddette zone di ricorrenza.
Quanto ai progetti di monitoraggio del cielo in essere e in particolare all'esposizione di Philippe Ailleris, mi riserverei di ritornare su questi punti importanti con più attenzione in futuro.

Meno psicologia e più fenomenologia
La parte conclusiva delle due giornate si è chiusa sugli aspetti psicologici del testimone, e devo dire che pur riconoscendo importanza a questo punto sono sempre meno appassionato agli errori percettivi e delle possibili allucinazioni... fantascientifizzate del testimone.
L'esposizione di Thomas Rabeyron, non mi sembra aver portato particolari novità sull'argomento, mentre sono sempre più d'accordo con Pierre Lagrange sul fatto che non si debba considerare il testimone Ufo come una persona diversa dalle altre solo perché posto di fronte a qualcosa che non comprende.
Quindi l'obiettivo è mettere in atto meno psicologia e più strumenti nuovi con i quali far interagire il testimone, come ad esempio il sistema informatico Ufo@home ideato da Jerome Beau, che è un sistema che funziona come un identikit al fine di meglio descrivere l'Ufo/Pan senza bisogno di ricorso alle parole, ma scegliendo tra una serie di immagini in un contesto ricostruito della zona dell'avvistamento.
Durante il dibattito Jacques Py, che aveva trattato nella prima giornata dei metodi di inchiesta per la raccolta delle testimonianze, a mostrato seri dubbi su un sistema che in quanto identikit non si è dimostrato molto performante nei casi di polizia investigativa.
Io credo che finalizzare progetti quali l'Ufo@home di Beau, e soprattutto testarli sul terreno, potrebbe darci qualche informazione in un senso o nell'altro, e comunque sarebbe un passo in avanti sullo studio della percezione dei testimoni Ufo.
Quanto alla relazione di Jean Michel Abrassart sull'influenza della cultura nelle osservazioni di Ufo, devo dire che raramente ho ascoltato cose più banali, che mi hanno fatto rimpiangere le riflessioni passate di Bertrand Meheust sull'argomento.
Dubito sempre quando in una relazione dove presenti una ipotesi non viene espresso nessun dubbio o problema da risolvere, anzi è proprio in quel caso che ho la prova certa di essere di fronte ad un tipo di credenza cieca (che si vuole razionale).
Come dicevo nelle prime righe di questa breve sintesi , forse è l'ora di ritrovare un modo per tenere insieme credenza e scetticismo in questa difficile ricerca.

La conclusione del convegno
Infine dovremo riflettere con più calma anche sui temi evocati dalla sintesi conclusiva svolta da Jacques Vallée (il suo intervento è da rileggere e studiare con grande attenzione), da B. Meheust (che in sintesi ci spinge a fare delle scelte nuove, come avvenuto in altri campi di confine), dal responsabile etico del CNES, Jacques Arnould (che ha parlato di responsabilità pubblica , ma anche di noi privati sul tema Ufo) e infine da Ron Westrum (che ha spiegato le caratteristiche sociali degli “eventi nascosti”).
Presto saranno pubblici i Proceedings di questo Caipan14, e mi auguro che possano essere utili alle future ricerche sui fenomeni non-identificati.
A suivre.









martedì 6 maggio 2014

Maggio 2014- IN PASSATO LA TERRA POTREBBE AVER ASSUNTO VITAMINA B3 DALLO SPAZIO


Il questi giorni è passata pressoché indiscussa al grande pubblico una notizia che mi sembra essere anche più importante della possibile esistenza in passato di acqua su Marte, piuttosto che il possibile ritrovamento su qualche satellite all'interno del nostro sistema solare.
Molto interesse ad es. era stato dato dal pubblico alla avvenuta scoperta dell'ennesimo pianeta "abitabile", di una lunga lista, stavolta il più simile alla Terra fino ad ora identificato, ma poco clamore ha fatto la notizia che la vitamina B3 è stata ritrovata all'interno di meteoriti.
Questo ritrovamento da parte di uno studio della NASA  sembra essere molto più un fatto scientifico (a proposito di possibile vita nell'universo) rispetto alle due ipotesi qui citate.
Un passo indietro: nel 1911, il chimico polacco Casimir Funk definisce  il termine di "vitamina", che in poco tempo diviene un termine popolare che va ben oltre il campo scientifico; la vitamina o "ammina vitale" è il composto organico che "porta la vita".
Funk affermò il ruolo determinate della vitamina nello sviluppo degli organismi viventi.
Lo studio della NASA fa supporre che la vita possa essere arrivata dallo spazio attraverso le vitamine contenute in meteoriti, in particolare la vitamina B3 è quella che  i ricercatori hanno  ricercato in questo caso.
Karen Smith parla di questa ricerca in un articolo pubblicato in questi giorni sulla rivista Geochimica et Cosmochimica Acta.
Già nel 2001 un altro studio aveva  individuato la vitamina B3 in meteoriti, ma in questa ultima ricerca sembra che siano stati fatti importanti passi in avanti per poter provare che la vita può essere giunta dallo spazio.


[Fonte: http://www.media.inaf.it/2014/04/18/vitamine-spaziali/ 
L'articolo di Karen Smith et Al. è disponibile alla URL: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0016703714002233 ]

lunedì 5 maggio 2014

1-3- maggio 2014- IL “LABORATORIO DEL VUOTO”: LO “STUPOR” OLTRE E AL DI LA’ DELLA “CAPACITA’ NEGATIVA”

[di Paolo Fiorino]



Un carabiniere sta per tornare in caserma, attraversa con l’auto l’ultimo semaforo verde, è contento della giornata. Ad un certo punto sente un botto: bum! Inchioda, apre la portiera, scende e vede che c’è un cinese a terra con la bocca aperta e gli occhi chiusi. C’è un cinese in coma. Improvvisamente incomincia ad urlare: “Aiuto! Aiuto! Chiamate l’ambulanza per piacere… Avete visto tutti quanti che è passato con il rosso, vero?”.
Intanto giunge l’ambulanza, carica il cinese, lo porta al Pronto Soccorso e da lì va a finire in rianimazione. Per sette giorni il povero carabiniere rimane fuori dalla rianimazione aspettando che il cinese riapra gli occhi e racconti la verità. La sera del settimo giorno finalmente il cinese si sveglia e apre gli occhi. Il carabiniere se ne frega della mascherina e tutto, si accosta al cinese e gli dice: “Ciné, ciné, dì la verità. Di a tutti quanti che sei passato con il rosso. Ti prego. Ti scongiuro. Altrimenti sono rovinato!”.
Il cinese con un po’ di voce gli fa: “In cu uai i ciò”. Ma che significa in cu uai i ciò? Qualcuno conosce il cinese? Nessuno conosce il cinese.
“No, ridillo bene. Dillo con calma perché non si è capito bene. Dillo con calma”. Il cinese con voce più flebile fa: “In cu uai i ciò”. “In cu uai i ciò? Non ti ho capito! Dillo un pochino più lento, per favore. Dai, famme capì”. E il cinese con un filino di voce fa: “In cu uai i ciò”. Pum! Flette la testa e muore.
Il carabiniere si mette le mani nei capelli: “Oddio, son rovinato! Oddio, son rovinato! Che vorrà dire in cu uai i ciò?”
Esce fuori dall’ospedale. Disperato si vorrebbe gettare nel fiume. Poi a un certo punto, da lontano, vede un ristorante cinese. E allora che fa? Imbuca dentro, si infila nelle cucine, prende il cuoco e gli dice: “Senti un po’, che vuol dire in cu uai i ciò?”. Allora il cuoco cinese fa: “Strana frase!”. “Strana perché? Che vuol dire, che sono passato con il rosso?”. “Strana frase perché significa: leva il tuo piede da tubo di mio ossigeno”.

Questa barzelletta – che raccontata ha ovviamente tutt’altra resa - funge da finale a un film del 2000, “C’era una volta un cinese”, che vede come attori Carlo Verdone e Beppe Fiorello.

Protagonista il solito povero carabiniere e una parafrasi sulla verità, sulle risposte vere che continuamente ricerchiamo (la “pistola fumante”). Senza accorgerci che le abbiamo, forse, a portata di mano. Come il tubo dell’ossigeno sotto i piedi. Calpestato e reso non funzionale. Tutti presi come siamo ad inseguire le nostre convinzioni, i nostri desideri, le nostre ansie e paure. Quella “realtà” che vorremmo a nostra immagine e somiglianza. Ciò che vorremmo che fosse ma tale non è. La risposta ci sfugge o non ci soddisfa. Perché rivolgiamo lo sguardo altrove. Verso altro. Proiettandone i nostri assoluti, i nostri desideri e i nostri pregiudizi. Al punto da non vedere né capire. Limitando la nostra capacità riflessiva e di osservazione, biasimando nel contempo l’apparente incomunicabilità, da cui deriva l’incomprensibilità, che ci attanaglia. Tutti proiettati verso le nostre personali attese e convinzioni. Nebbia che ci avvolge. Anche noi spesso siamo dei poveri ufologi.

Quando ho girato su Facebook le mie riflessioni relative all’accettazione del “vuoto/insaturo” (la “capacità negativa”) alcuni ex ufologi compagni di cordata che si sono fermati al campo base, in riferimento a quanto scritto hanno commentato che pur tollerando la mancanza di senso, sono giunti a conclusioni opposte ed hanno rinunciato a proseguire nella ricerca e nella raccolta dei dati, ritenendoli privi di qualsivoglia oggettività. Di fatto una rassegnazione all’inefficacia e all’insondabilità del fenomeno UFO. Mi sovviene alla mente quanto mi disse Igino Gatti il quale, oltre che militare della nostra Aeronautica e uomo dei Servizi, è stato un apprezzato “ufologo” (il “collegio invisibile” italiano dai più non conosciuto). Rivedendo il suo passato con nostalgia e nel contempo rivivendo con amarezza l’impotenza del suo percorso, mi invitava caldamente a “lasciare tutto” e a “non perdere inutilmente il mio prezioso tempo”. Così non è stato e non è.



Scrive Aldo Nove nel suo recente romanzo dedicato a San Francesco di Assisi, “Tutta la luce del mondo” (Bompiani, 2014): “Nel Medioevo tutto era stupendo. Nel senso che era pieno di stupore. E c’erano i miracoli, e le cose non erano semplici cose, e l’acqua non era acqua solamente, e il cielo era un po’ più del cielo” (pag. 11).

Ed ancora: “Non era tutto quello che si vedeva reale, e tutto quello che era invece invisibile a volte era più forte di qualunque evidenza. Il Medioevo era spirituale. In ogni cosa c’era qualcos’altro, e rimandava dritto all’universo” (pag. 13).



Stupendo… senso… miracoli… cose che non erano semplici cose… il di più… reale… non reale… visibile e invisibile… lo spirituale… l’evidenza… il qualcos’altro… Ognuna di queste parole rimanda ad un’infinità di possibilità. E, nel contempo, può farci percepire il niente. Inteso come nulla. Un nulla inconsistente. O, meglio, il “vuoto”. O il “tutto”. Dipende dai punti di vista. Dal nostro punto di osservazione. Faro o torre che sia. Con il rischio di diventare dei demolitori. Degli sfasciacarrozze. Dei credenti all’inverso ma pur sempre tali. O degli affabulatori. Degli ingenui o superbi ignoranti pronti a dare tutto per vero. Autentico. Reale. Perché viene meno lo stupore (lo “stupor”) inteso come senso di grande meraviglia che colpisce e lascia attoniti. Da non confondere con lo stupore quale condizione in cui l’individuo appare insensibile agli stimoli e dimostra perdita dell’orientamento con attività molto limitata. Un po’ come il perdersi nella nebbia in montagna: solo a chi gli è capitato può comprendere lo stato in cui ci si viene a trovare. Dove la calma, se è il caso l’attesa, deve prevalere sull’affanno. Unitamente all’orientamento. Che non viene da sé ma si modella e costruisce. In questo deve consistere il progredire e il perseverare nella conoscenza in qualsiasi ambito di ricerca. Le domande sono tali perché abbiano una risposta. O più risposte. Tutta l’esistenza, a mio modesto avviso, non può quindi fare a meno della “capacità negativa”.

Mi ha fatto molto riflettere, a questo proposito, quanto Paolo Berizzi ha scritto sul cosiddetto “giallo di Brembate” (ovvero l’assassinio della tredicenne Yara Gamirasio) su La Repubblica dell’11 aprile 2014. Il corpo fu ritrovato a Chignolo d’Adda (BG) proprio nei pressi della località (Chignolo d’Isola) dove nel 1973 vi fu un (di fatto non) atterraggio UFO che tanto clamore fece all’epoca (io ero proprio all’inizio del mio interesse per l’argomento). Non ritenetemi blasfemo: non voglio affatto porre in atto delle correlazioni fra i due eventi e me ne guarderei bene. Lo spunto è un altro e mi viene dato da quanto dichiarato dall’”uomo” (rimasto nell’anonimato) che “dà la caccia all’assassino di Yara”. Anche lui, al momento, “ignoto”. Come l’assassino che ormai, paradossalmente, si sa chi è ma non lo si conosce: il probabile figlio illegittimo di tale Giuseppe Guerinoni, un autista morto nel 1999 a 61 anni dopo avere “contribuito” con uno spruzzo contenente qualche spermatozoo giunto all’obiettivo alla sua nascita, come si è stabilito tramite analisi comparate del DNA (nell’insieme i test effettuati sono stati ben 18 mila!).

Per ora il figlio è soltanto un topo di laboratorio. La scienza ci ha portati a un punto fermo, e va bene. Ma adesso la palla torna in mano all’uomo. E all’uomo è come se gli avessero detto: “Guarda, cerca, trova, però devi arrangiarti senza le lenti…”.

E ora se qualcuno, anzi qualcuna, sa questa è solo la madre che oggi dovrebbe avere teoricamente una settantina d’anni. Sempre che sia ancora via.

Abbiamo setacciato interi paesi. Tra gli oltre 15 mila incroci generici ne abbiamo monitorati centinaia appartenenti a donne compatibili con la “cornice”. In tre anni e mezzo abbiamo ricostruito vite, alberi genealogici, deviazioni cercando di non lasciare niente al caso.

In altre parole i segugi sulle tracce di “Ignoto 1” (che a tutti gli effetti si paventa come personaggio reale) hanno imparato a lavorare al buio, infilato strade nel vuoto (“ogni indagine se ne porta dietro”) e ceduto a “incastri” troppo facili. Poi un bagliore sorge. Traccia di DNA maschile sugli slip di Yara: Gorno, Guerinoni. La svolta è il profilo di un cliente della discoteca “Sabbie-Mobili” di Chignolo d’Isola, 50 metri dal campo dove viene trovato il cadavere della ragazzina. E’ la “pista di Gorno”. La scienza dice che il nucleo famigliare di Guerinoni (sposato e padre di due figli) non c’entra niente. Balla un figlio illegittimo. Ora la conferma dalle provette: sì. Un figlio fuori dal matrimonio. Fuori anche, forse, dalla consapevolezza del padre. Chi è la mamma? Un amante? Una prostituta? E lui, il Killer, sapeva di essere figlio di Guerinoni, o lo scopre solo adesso?

Ragiona l’uomo che partecipa alle indagini coordinate dal pm Letizia Ruggeri: Se prima della “svolta” lavoravamo al buio con lenti capaci di illuminare anche il più piccolo particolare, adesso abbiamo davanti uno spiraglio di luce ma, sembra un paradosso, è come se la cronologia ci privasse di quelle lenti. Faremo di tutto per arrivare al Killer, ma sappiamo che l’evidenza scientifica, visto lo scenario, rischia di non spostare un granché. Serve davvero un colpo di fortuna.

Commenta il giornalista: “Così il mistero di Brembate torna nelle mani dell’uomo” perché, paradossalmente, del killer si sa tutto tranne il nome. “Prova giudiziaria” e “definitiva conferma scientifica” inutilizzabili. Non a caso si parla di “illusione della speranza”. E la decisione di riaprire le indagini (il cui costo sfiora i tre milioni di euro) era stata vista come “l’ammissione di un fallimento e un primo segno di resa” al punto che “avevano consegnato la vicenda della ragazza di Brembate a una dimensione quasi metafisica”. Un “lavoro perfetto”, apparentemente “inutile”. Ovvero “un caso risolto” e simultaneamente “irrisolto”. Sappiamo com’è l’assassino, ma non sappiamo chi è (Il Giornale, 11 aprile 2014). I risultati raggiunti diventano una sorta di “aggravante” che “fa sembrare vicina la soluzione di un delitto angosciante per il vuoto che lo circonda ma si rivela invece una illusione ottica”. E con essi aumenta “la frustrazione di chi si sente così vicino e al tempo stesso così lontano dalla verità”.

“Un lavoro senza precedenti e senza risultati concreti”, dice il genetista Giorgio Portera, consulente della famiglia di Yara. Le indagini, si sono dimostrate simili a uno sbrogliare un’enorme matassa aggrovigliata tenendo in mano solo uno sfilacciato estremo del filo e proseguono perché l’apparente fallimento “è uno stimolo a riprovare, magari per fallire ancora, e poi riprovare nuovamente. Perché è giusto così” (Corriere della Sera, 11 aprile 2014).

Tale è, a mio avviso, lo scenario della ricerca (e non ricerca, che è tanta, anzi troppa) ufologica. E io ritengo che ogni arresa e resa debba essere evitata. Proprio perché è giusto così. Al di là dei mitomani, dei ciarlatani, dei creduloni-credenti, dei cospirazionismi, dei documenti anonimi, delle esilaranti (non) prove, della congiura del silenzio, dei patti scellerati, della (non) realtà aliena, dell’”oltre”, delle gole profonde, delle false piste, dell’apparente nulla di fatto, del vacuo, delle tante speranze subito evaporate. Nonostante studi, ricerche ed indagini inappropriate, impappinate, ingolfate, svagate e scalcagnate. Inesorabilmente tutte queste operazioni ricordano molto il grottesco modo di dire medico: l’intervento è perfettamente riuscito, il paziente è morto. Lavori validi ed intriganti. Nel contempo inconcludenti. Di qui l’inesorabile accettazione del vuoto insaturo inteso come capacità negativa.





LO SPAZIO DEL “NON ANCORA” E LA “CAPACITA’ NEGATIVA”

Ho “scoperto” Bion casualmente leggende l’avvincente romanzo “XY” di Sandro Veronesi (Fandango Libri, 2010).

Da quanto finora esposto ne consegue che serve ascolto (che non è solo l’udire), tempo per comprendere, accoglienza discreta e vigile per gli errori, in altre parole un atteggiamento di fondo connotato da un’autentica apertura alle possibilità del non-ancora.

E’ il poeta John Keats (1795-1821), al secolo William Hilton uno dei principali esponenti del romanticismo, che in una lettera datata 21 dicembre 1817 ai fratelli George e Thomas scrive: “Non ebbi una disputa, ma una disquisizione su vari soggetti; parecchie cose si sono biforcate nella mia mente e all’improvviso compresi quali qualità vadano a formare un uomo di successo. Intendo la capacità negativa, cioè quando un uomo sia capace di rimanere in incertezze, misteri, dubbi, senza lasciarsi andare a un’agitata ricerca di fatti e ragioni”.

Ora, nel nostro mondo occidentale razionale e concreto, per l’appunto frutto del positivismo, l’idea di qualcosa di negativo, fosse anche una capacità, è connotata subito con un’alzata di spalle lasciando l’interlocutore esterrefatto e perplesso. A mio avviso non si tratta tanto di un atteggiamento eccentrico e un po’ strambo, quanto di una proposta piuttosto radicale che vale la pena di focalizzare anche nel poliedrico fenomeno qual è quello ufologico per capire quanto il lavoro di ricerca ed analisi possa (ma forse sarebbe meglio dire, debba) essere profondamente trasformativo. Lo psicanalista Bion quando parla di “capacità negativa” rievoca quanto scritto da John Keats e, riferendosi all’ascolto dei pazienti in analisi (non a caso lavorò a lungo con psicotici gravi) arriva addirittura a parlare di “assenza di pensiero” in modo che le “non risposte” limitino la fuga in una relazione, nel nostro caso con il fenomeno UFO, che nel tempo può risultare estremamente faticosa e frustrante.

In modo analogo, seppure con sfumature differenti, in filosofia Edmund Husserl (1859-1938) parlava di “epochè”, una forma di sospensione del giudizio ovvero di ciò che già sappiamo, quindi il “pre-giudizio”. Questa posizione non è volta all’affermazione del dubbio ontologico degli scettici, bensì alla “messa in parentesi”. In contesto fenomenologico si tratta di un atteggiamento che mira a sospendere il giudizio sulle cose, in modo da permettere ai fenomeni che giungono a nostra conoscenza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta come se li si considerasse per la prima volta. In altre parole si tratta di imparare a reggere una sorta di “assenza” (di conoscenza, di chiarezza, di risposte).

Questa capacità tollera la decostruzione del già-saputo per trovarsi di fronte al non-sapere (o non-sapere ancora nel nostro caso) e sostarvi fino a quando spontaneamente si manifestino nuove possibilità di senso, fino allora insospettabili. E questo apre spazi nuovi in quanto “l’incapacità di tollerare uno spazio vuoto limita la quantità di spazio disponibile”. La capacità negativa dunque consente di prestare attenzione ad aspetti e a situazioni che altrimenti resterebbero trascurati. Spesso c’è più da indagare su ciò che viene taciuto o liquidato troppo in fretta come già fin troppo ovvio, sulla zona che tende a restare in ombra, nell’oscurità, su ciò che resta in forma di enigma, ancora senza risposta.

Ed ancora: questa capacità negativa potenzia quell’agire particolare che nasce dal “vuoto”, dalla perdita di senso e di ordine, e proprio per questo ha la potenzialità di generare nuovi mondi possibili. Una sorta di creatività che nasce dalla capacità di stare produttivamente nel disordine, nella mancanza, nell’”insaturo”.

Tra i “seven servants” del nostro cercare, individuiamo sei servitori onesti (chi, come, quando, dove, cosa e perché) e un servo che sospende il loro agire. Il settimo servo è appunto la “capacità negativa”, la capacità di mantenersi nell’incertezza nonostante le, a mio avviso supposte, certezze raggiunte. Il permanere il più a lungo possibile in uno stato mentale insaturo e polisenso (dreamlike, come in sogno) prima di riemergerne verso la realtà e la ragione (Agnese Galotti, “Senza memoria e senza desiderio”, “Individuazione”, Anno 17°, n. 61, luglio 2008).

Lo stesso cammino esplorativo sulla “capacità negativa”, da un’altra via, stavolta sociologica e politica, lo ha compiuto Roberto Unger, professore brasiliano che ha insegnato ad Harvard. L’angolatura che egli sviluppa è nella direzione del costruire schemi di un pensiero non ancorati a visioni preordinate. Il che, praticamente, a suo avviso consiste nell’aspettare con pazienza (non in maniera apatica o passiva) che si pervenga alla risposta giusta, senza andare nella direzione apparentemente più ovvia o più frequentata (qual è, in ufologia, l’ipotesi extraterrestre). Il che vuole anche significare sottrarsi alla pressione del risultato a tutti i costi (quale vorrebbe essere, da sempre, la cosiddetta “ufologia strumentale”) e nel contempo schivando la paura di sbagliare (solo chi non fa non sbaglia ma, paradossalmente, potrebbe sbagliare nel non fare), entrambe trappole che ci spingono a perseguire un risultato purchessia (quale per molti è la pubblicazione di uno o più “libri”) dimenticando che la crescita e l’apprendimento vero abitano nel processo. Nel continuo esplorare “mondi possibili” anche se all’apparenza “non reali”.

“Si tratta di imparare a restare aperti a quello che si presenta, mantenere una presenza mentale capace di tollerare l’assenza, il vuoto, il non compiuto, coltivare la fiducia che l’informe contenga la forma, sospendere il giudizio e soprattutto il pre-giudizio, sostare nel non-sapere, fino a quando si manifestano nuove possibilità di senso, dare attenzione a cose trascurate, alle zone d’ombra, restare produttivamente attenti anche nel disordine, pronti a sostenere il balzo creativo che ne nascerà” (Rosella de Leonibus, “Adulti e ragazzi, lo spazio del ‘non ancora’”, “Rocca”, n.22, 15 novembre 2013).

Anche nel “caos” c’è un “quid” in attesa di “essere ordinato”.





LO “STUPOR” COME ARTE DELL’APPRENDERE

E’ stata per me una gradita sorpresa il ritrovare nel libro di Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, “L’arte di stupire” (Sperling & Kupfer, 2014, pag. 33) il riferimento alla “capacità negativa”. Conosco ed apprezzo Mariano da diversi anni e la sua militanza nel CICAP non ha mai obnubilato in lui la sospensione del giudizio nonostante i risultati perseguiti e le “risposte” cui è giunto in diverse roccaforti del cosiddetto mistero. Rifacendosi proprio al poeta John Keats gli autori scrivono che l’uomo, per essere pienamente autentico, deve sviluppare la “capacità negativa”.

Ed ancora: “Esortando a un simile atteggiamento, lo scrittore inglese non incoraggiava l’ignoranza, ma esaltava i risultati creativi del mistero: resistere alla tentazione di trovare la scatola giusta e di approdare subito ad una risposta, consente di esplorare con più attenzione l’immensa rosa di soluzioni possibili, probabili, assurde o inconcepibili, che possono rivelarsi mattoni preziosi per creare qualcosa di novo ed originale”. E, a questo proposito, più volte viene rimarcata l’insostituibile necessità per l’uomo di stupirsi (lo “stupor”) e meravigliarsi (il “meraviglioso”). Da cui nasce il “fascinoso” che da sempre trae a se l’uomo. Tanto più se curioso ed aperto. Che ci deve portare a evitare di fuggire al non comprensibile, a ciò che ci sorprende, al “mistero”. Non a caso Flegonte di Tralle, un liberto greco alla corte di Roma, nel raccontare di spettri, mostri, cadaveri rianimati, oscure profezie scrisse un libro – purtroppo solo in parte giunto a noi e di recente riproposto (Einaudi, 2013) – dal titolo: “Il libro delle meraviglie”.

Jostein Gaarder, nel suo romanzo “Cosa c’è dietro le stelle?” ( Mondolibri, 1999,) narra la storia di due fratelli gemelli, Lik e Lak, abitanti in un paese “altro” di nome Sukhavati (nel grande Universo sulla pianura di Advaita). Questi (non) bimbi vivono la loro storia dentro una favola (che diventa reale allo stesso modo dei “compagni invisibili” dell’infanzia) e il loro “viaggio” avviene in una sorta di “sfera di cristallo”. Quando irrompono sulla Terra in un paese di nome Bergen diversi testimoni, fra cui alcuni agenti di polizia, li vedono rientrare nella “sfera” e scomparire con la stessa velocità con cui erano arrivati. Le indagini portano ad escludere, non viene specificato né il perché né il come, che si tratti di “una visita dallo spazio” e ritengono che l’episodio abbia qualcosa a che fare con un circo ungherese. Nel tentativo di afferrare l’inesplicabile si dice così che la gente aveva assistito a uno spettacolo di magia di cui nessuno era riuscito a scoprire il trucco e che forse erano stati utilizzati raggi laser. Sebbene qualcosa di simile era successo contemporaneamente anche a New York!

Ecco cosa scrive, nel merito, l’autore: “Qualcuno affermava che la sfera di cristallo era un disco volante giunto a Bergen da un altro sistema solare. Nessuno, comunque, era in grado di fornire una spiegazione convincente di quegli strani avvenimenti.

All’inizio, la faccenda occupò tutte le prime pagine dei giornali norvegesi e stranieri. Nei giorni immediatamente successivi arrivarono a Bergen giornalisti e inviati televisivi da tutto il mondo. Ma dato che non succedeva più nulla, la questione cadde presto nel dimenticatoio. Alla fine non ne rimase più traccia, proprio come era accaduto quando Lik e Lak erano scomparsi improvvisamente. Una notizia è infatti qualcosa di nuovo. Non appena comincia a diventare vecchia, perde ogni interesse e diventa una ‘vecchizia’. E’ davvero un peccato.

Era stato uno spettacolo davvero strano (lo stupore e la meraviglia, NdS) vedere Lik e Lak sospesi nell’aria in una sfera di cristallo a pochi metri da terra, nel bel mezzo del corso. Ma più una cosa è incomprensibile, più in fretta viene cancellata dalla memoria. Non ci piace continuare a rimuginare a lungo su qualcosa che non capiamo. Piuttosto è meglio dimenticare. Quando non si riesce a dare una risposta a una domanda difficile, le alternative sono due: o si rimane lì con aria ebete, oppure si gira la testa dall’altra parte e si fa finta di non aver sentito la domanda” (pp. 138.149).



Non può essere e quindi non è. Non è mai stato.

Come più volte ho scritto in questi ultimi anni il fenomeno UFO è degno di attenzione e rispetto anche se si hanno in mano prevalentemente “narrazioni”.

E, con esse, nonostante il continuo e per noi deludente evolversi delle stesse (i cari vecchi dischi volanti), lo stupore e la meraviglia.

Domande senza risposta.

Di recente Giancarlo D’Alessandro si è occupato di un’interessante osservazione di entità isolata (una di quelle su cui noi, vetero-ufologi, storciamo solitamente il naso).



In breve ecco il suo “report”:

Mi sono incontrato con X., testimone dell'IR3 (?) avvenuto in una cittadina del centro Italia. 
Ieri X. ha incontrato Angelo Ferlicca e Andrea Bovo, che hanno svolto sia l'intervista (con registrazione audio), sia il sopralluogo (con foto). Non ho potuto partecipare, ma X., saputi i miei trascorsi professionali, ci teneva ad incontrarmi. Ci siamo sentiti per telefono e ci siamo incontrati in un bar di Viterbo questa mattina. M. ha 52 anni ed   [cut] abita in una città Adel centro Italia , è un [cut]. E' sposato ed ha due figli.

Questo il suo racconto. Il 12.03.14, alle ore 21.30, percorreva con la sua vettura, una Smart con cambio automatico, la strada che dalla località B (dove aveva accompagnato la moglie) porta alla località C. 
Aveva da poco superato il paese A e stava percorrendo un tratto di via buio e con poche abitazioni. Ad un certo punto “sente” o meglio, “crede di sentire” una voce che gli ripete più volte la frase “vai piano”. La voce ha un timbro “femminile” e gli sembra “non naturale” (altre volte la definisce “artificiale, quasi metallica”). Istintivamente spegne l'autoradio pensando ad una trasmissione radiofonica o ad una interferenza (è solo in auto ed ha i finestrini chiusi). Dopo circa 500 metri vede una “figura” al centro della carreggiata. Rallenta e frena. Ha così modo di osservare, dal finestrino lato guida, un “essere” dalle fattezze “umanoidi”: è alto circa 140 cm, stima fatta avendo come riferimento l'altezza della sua autovettura. 
Ha una testa enorme, sproporzionata rispetto al resto del corpo, con due occhi grandi, “senza pupille” e di colore “azzurro-acqua”. Non nota un “naso vero e proprio” bensì due “fori” al suo posto. E non ha una “bocca”, o meglio, non riesce a distinguerla. Lo colpisce il fatto che il corpo sembra da “invertebrato”, cioè ha le spalle “molto strette” con assoluta mancanza di articolazioni tra spalla e braccio e tra braccio e gomito. La porzione di arti superiori che riesce a vedere è comunque sottile. Non riesce a distinguere le mani e gli arti inferiori. Il corpo ha un colore chiaro, che comunque definisce “sul grigio” e non sa distinguere se si tratti di “pelle” o di un indumento attillato tipo una “tuta sportiva come quella degli sciatori”. L'essere lo guarda ed emette un suono acuto tipo “uno strillo come quello delle donne quando hanno paura”. Poi, come se fosse spaventato dalle luci di alcune auto che scendevano in senso opposto (la strada in quel tratto è in salita) scappa velocemente imboccando una stradina, anch'essa in salita, sulla destra della carreggiata, che termina in un bosco.

X. ha paura, ed il primo istinto è quello di allontanarsi velocemente dal luogo. Ma l'auto si spegne o è spenta. Questo particolare lo allarma molto: le auto con il cambio automatico rallentano e scalano le marce automaticamente adattando la velocità al percorso (la strada in quel tratto era in salita) e quando si frena il motore resta acceso. Riavvia l'auto e “scappa”. Dopo qualche chilometro e dopo aver riacquistato serenità e il controllo della situazione, ripensando all'accaduto decide di voltarsi indietro e tornare sul luogo. Lo riconosce, accosta, identifica la stradina imboccata dall' “essere”, non nota niente di strano ma non se la sente di scendere dall'auto, per cui riprende la via verso Viterbo. Rientrato a casa, adesso più incuriosito dall'esperienza che spaventato, decide di contattare qualcuno per cercare di avere un parere su quanto gli è accaduto. Fa una ricerca in rete e decide di contattare il CISU di Viterbo perché vuole incontrare di persona chi è disposto ad ascoltare la sua esperienza.

X. appare una persona equilibrata, il suo eloquio è sicuro, fluido e ricostruisce i fatti con accuratezza e senza particolare partecipazione emotiva. Mi ha colpito il modo, oserei dire “impeccabile” con il quale ha affrontato le spiegazioni “razionali” possibili. Per prima cosa si è chiesto se poteva aver avuto una allucinazione, sia uditiva che visiva. Mi ha fatto molte domande in merito (e credo di avergli risposto in modo esaustivo). Poi ha ipotizzato che il volto visto potesse essere il riflesso del suo viso sul vetro del finestrino. Ha anche pensato ad uno scherzo, anche se il presunto autore “doveva essere per forza un ragazzino”, viste le dimensioni dell' “essere”. E' arrivato pure a pensare che qualcuno, sempre per scherzo, gli abbia “proiettato” l'immagine dell'entità con qualche strumento ottico. Ha pure preso in considerazione il suo stato psico-fisico. Non è un bevitore abituale (poco vino ai pasti e niente superalcolici). Non usa sostanze stupefacenti (tra l'altro i militari con obbligo di volo svolgono periodicamente test anti-droga). Non assume farmaci (gli unici che ha preso, quaranta giorni fa, degli antidolorifici prima di un intervento in artroscopia a un ginocchio. In quell'occasione ha subito un'anestesia locale). Al momento dell'avvistamento della creatura non era né stanco né assonnato. Non era stressato e guidava con attenzione. C'è poi la percezione uditiva della voce “femminile”. A questo proposito ha anche valutato un'ipotesi “paranormale”. Ricorda di aver letto di persone che sono state avvisate di un pericolo imminente da “voci” di familiari defunti o di entità angeliche. Ma nel suo caso ammette che la voce da lui udita, pur avendo un timbro femminile, non gli era assolutamente familiare (sua madre è deceduta quando lui era molto piccolo), e aveva poi quella componente “metallica” o “artificiale” come l'ha lui stesso definita. Più ci pensa e più è convinto che non l'abbia udita “con le orecchie”, ma che sia “manifestata” nel suo cervello quasi come se fosse stata una “comunicazione telepatica”.

Per altro nella sua vita non ha mai avuto esperienze particolari, ed è sempre stato molto scettico sia riguardo ai fenomeni paranormali che a quelli ufologici. A questo proposito mi ha riferito di non aver mai letto libri sull'argomento, solo articoli da riviste e giornali. Mi ha anche detto che durante voli notturni, e sempre in presenza di colleghi, ha avuto modo di avvistare luci anomale, ma è sempre riuscito a dare una spiegazione logica, plausibile e non esotica. Non è stato mai incline al soprannaturale, anche se riferisce una certa empatia con un familiare (si telefonano nello stesso momento, altri tipi di episodi sincronici). E' anche un astrofilo, possiede un telescopio, fa delle osservazioni notturne del cielo e mai gli è capitato di osservare “stranezze”.

Solo ad una mia domanda ha un po' titubato, quando gli ho chiesto perché si è rivolto a degli ufologi: in fondo non è stato avvistato alcun oggetto volante non identificato. Perché ha messo in relazione l'avvistamento della creatura con i fenomeni ufologici? Mi ha risposto che gli sembrava la cosa più logica e forse gli ufologi gli sono parsi gli unici in grado di dargli ascolto e forse una spiegazione.







Di fronte a questa “narrazione” si possono fare tante ipotesi ed illazioni. Domande se le è poste lo stesso testimone ma di fatto è difficile risalire a quel “quid” che ha generato quest’esperienza, questo vissuto raccolto “a caldo”.





L’ALIBI DELLA “QUIDDITAS”
Marco Mucci, anche lui (ex) ufologo compagno di viaggio, nel leggere le mie precedenti considerazioni sulla necessità della “capacità negativa” e della conseguente “accettazione del vuoto”, mi faceva notare che nell’insieme si tratta di riflessioni interessanti ma nel contempo “pelose” poiché indigeste al nostro usuale modo di pensare. E’ vero che nella storia della filosofia occidentale, e quindi in tutta la nostra storia, non si sono mai messe in discussione (se non a partire dal pensiero Kantiano) la necessità e la fiducia di scoprire le cause prime dei fenomeni, la quidditas che soggiace a tutto ciò che ci circonda. Ovvero la sostanza ultima di aristotelica memoria (“quod quid erat esse”, ciò che è l’essere). Come è altrettanto un dato evidente a noi uomini (post) moderni e secolarizzati che l’agognata quidditas (in italiano quiddità) o non esiste (ma qui si tratta di superbia intellettuale) o non è raggiungibile per definizione. Il raggiungerla sarebbe una contraddizione “in termini” per il pensiero umano. La verità assoluta non è raggiungibile, esistono solo verità relative prospettiche di ciascuno per cui si scorgono dettagli diversi dell’”oggetto” osservato: il che non vuole dire che esista l’oggetto e che questo abbia sue proprie caratteristiche morfologiche.

Marco mi fa di conseguenza rilevare che partendo da ciò ha da tempo lasciato (di qui il suo abbandono dalla ricerca attiva) ogni speranza che si possa un giorno conoscere la quidditas (se mai ce n’è una, diversa dalla cronaca raccontata dai testimoni e dagli ufologi) che genera il fenomeno UFO e che tantomeno possa farci progredire l’accumulo e lo studio dei dati statistici. La non accettazione del “vuoto” e dell’”insaturo”.

Nel contempo, però, Marco è comunque tutt’ora interessato da quella che definisce componente irrazionale – a suo parere tutta umana, ci tiene a specificarlo – del fenomeno, la “fringe ufology” della prima ora (quella “genuina” non la paccottiglia di oggi che ha lo scopo di raggiare alcuni sprovveduti). E dove trova rileva parallelismi (stando attento a non scadere nei paralogismi) con tutta la storia religiosa ed esoterica dell’occidente. Il suo è, in questo, un approccio “fenomenologico” (Van Gennep) nel senso che il perimetro del suo interesse è limitato a ciò che è in superficie, al fainomenon (ciò che appare) e quindi al racconto dei testimoni e degli ufologi in se stessi. E’ un po’ la posizione che si ritrova in David Halperin, professore di storia ebraica all’Università del North Carolina nel suo romanzo in parte autobiografico “La voce smarrita del cielo” (Salani, 2011).

David Brin nel racconto “Cosa dire a un UFO” (in “Urania”, “Altrove: contatti nel cosmo”, n. 1269, Mondadori, 29 ottobre 1995, pp. 100-103) asserisce che il “culto degli UFO” è un esempio lampante di “pensiero magico”, “in cui ciò che è vero è molto meno importante di ciò che dovrebbe essere”.

A suo avviso “non si può provare un’affermazione negativa. In altre parole , mentre i sostenitori degli UFO non sono mai riusciti a dimostrare un singolo caso di presunti incontri con alieni, basterebbe una sola eccezione per rendere dubbi tutti i casi non provati. I critici non riusciranno mai a eliminare la speranza dell’entusiasmo che la prossima volta tutto diventerà chiaro. Nessuna serie di esperimenti può dimostrare in maniera conclusiva che visitatori extraterrestri non hanno mai visitato o non visiteranno la Terra”. Lo stesso si potrebbe dire per gli “altrove” delle cosiddette teorie parafisiche. Il problema è un altro: che questi sono spesso punti di partenza e non di arrivo, con tutto quello che e consegue. In primis il ritenere tali posizioni non ipotesi ma credenze. Un atto di fede. Un limite alla sospensione del giudizio. La morte della “capacità negativa” e della conseguente accettazione del “vuoto” e dell’”insaturo”.

Ecco perché occorre essere intellettualmente audaci pur nell’accettazione dei limiti del comprensibile e spiegabile in modo da essere nel contempo pronti ad accogliere qualsiasi “novità”. Il che è capacità ancora di stupirsi e amore per il meraviglioso nelle sue innumerevoli possibilità. Senza con questo possedere la passione “magica” che i misteri rimangano misteri. Convinti come siamo che siano piuttosto degli enigmi da risolvere pur nella sospensione del giudizio e del pre-giudizio.

Mi sovviene alla mente la mistica ebraica medievale, la Kabbala, che riesce a riunire in sé gli opposti: “Nel palazzo del nulla risiede il tutto”.





Paolo Fiorino- Torino, 1-3 maggio 2014
 



lunedì 3 marzo 2014

VERSO UN UNIVERSO SOVRAFFOLLATO DI PIANETI SIMILI AL NOSTRO

E' la NASA a darcene ulteriori informazioni:


Per molto tempo il nostro pianeta, dotato non solo di acqua allo stato liquido ma anche di vita. è stato una sorta di anomalia pressoché unica dell'universo.
Penso alla famosa formula di Drake che nel suo sviluppo più pessimista faceva ritenere che potessimo essere gli unici esseri intelligenti dell'universo.
Se già ai tempi dei filosofi greci c'era chi aveva speculato un universo fatto di altri pianeti abitati simili al nostro, in realtà per secoli abbiamo solo avuto una vaga idea del cielo sopra la nostra testa, delle sue possibili dimensioni.
Ora la prova di mondi lontani abitati da esseri inteligenti può darsi che sia ancora lontana, ma possiamo dare per certo che esistono sistemi simili al nostro e cioè canditati pianeti nella “zona abitabile del sole”.

Pochi giorni fa la missione Keplero della NASA, ha annunciato la scoperta di ben 715 esopianeti che similmente alla Terra ruotano intorno ad una stella; questo indica una moltitudine di sistemi planetari simili al nostro.
Il 95% di questi pianeti ha una dimensione analoga a quella di Nettuno che è circa quattro volte la Terra.
Questa scoperta aumenta in modo significativo il numero di pianeti comparabili alla Terra, fuori dal nostro sistema solare.
La scoperta dei primi pianeti al di fuori del sistema solare risale a pochi decenni fa, e da allora si è sviluppato un sistema di analisi statistica che ha permesso nuove scoperte; Keplero osserva 150.000 stelle ed ha ritrovato che migliaia di queste hanno possibili pianeti. Questi 715 sono quelli che sono stati verificati finora.
Solo 4 anni fa Keplero annunciava la scoperta dei primi cento pianeti che di lì a poco erano diventati duecento pianeti “candidati”.
Quattro di questi nuovi pianeti sono meno di 2.5 volte la taglia della Terra, ed orbitano nella loro “zona abitabile del sole”, che definisce la distanza entro la quale quel pianeta può essere disponibile ad accogliere vita a base di acqua, allo stato liquido.
Tra questi all'interno della “zona abitabile” il pianeta denominato Keplero-226f orbita attorno ad una stella di dimensioni della metà del sole e con il 5% della sua luminosità.
Ma gli scienziati non sanno se Keplero-226f, che è due volte la Terra è un mondo alla stato gassoso, oppure un mondo circondato da un oceano.
Gli ultimi calcoli portano i pianeti al di fuori del nostro sistema ad un numero di circa 1.700.
Keplero lanciato nel marzo del 2009, ha scoperto finora più di 3.600 pianeti candidati di dimensioni simili alla Terra, di cui 961 verificati.

Questi dati verranno resi noti nell'articolo in pubblicazione a Marzo sulla rivista “The Astrophysical Journal”:


Può darsi che la Terra continui ad essere la sola anomalia, come pianeta dotato di vita, ma è chiaro che più scopriamo pianeti simili per dimensione, posizione, etc., e più aumentano le possibilità che la vita da “anomalia terrestre” si trasformi in fenomeno raro e, come spesso succede ai fenomeni rari, una volta definito un nuovo approccio strumentale si trovi ad essere un fenomeno ricorrente, ed in fondo banale.

[Fonte: www.nasa.gov]

sabato 1 febbraio 2014

Gennaio 2014. UN FULMINE GLOBULARE OSSERVATO ACCIDENTAMENTE DA STRUMENTI OTTICI, IN CINA.

In data 24 gennaio 2014, la rivista “Physical Review Letters” presenta un articolo dal titolo “Observation of the Optical and Spectral Characteristics of a Ball Lightning”, di Jianyong Cen, Ping Yuan e Simin Xue del Key Laboratory of Atomic and Molecular Physics and Functional Materials presso il College of Physics and Electronics Engineering della Northwest Normal University di Lanzhou, della provincia cinese di Gansu.
L'articolo parla di un Fulmine Globulare rilevato accidentalmente dalla strumentazione durante una sessione dedicata all'osservazione spettrografica di fulmini CG (cloud-to-ground).
Come sappiamo esistono pochi documenti fotografici di fenomeni riferibili a Fulmini Globulari, e da circa 170 anni la scienza dibatte circa un fenomeno perlopiù testimoniato da osservatori occasionali, ed è quindi rilevante che siano degli strumenti ad offrire una serie immagini e dati ottici di un fenomeno cosiddetto “raro e misterioso”.
Spesso il fenomeno è stato osservato in concomitanza dei temporali, ed in questo caso sembra addirittura provocato come conseguenza della scarica del fulmine sul terreno a poca distanza.
L'articolo riporta dati ottici e spettrografici che suggeriscono l'origine ed i componenti del Fulmine Globulare, permettendo di avviare qualche ipotesi iniziale.
Il rilevamento è avvenuto dell'estate del 2012 a Qinghai Plateau, durante un temporale alle ore 21,54 del 23 aprile 2012 (ora di Pechino).
La telecamera digitale ha registrato l'intero fenomeno in 82 fermo immagine.
Il Fulmine Globulare si è formato alla base del canale del fulmine CG, ad una distanza valutata di circa 0,9 km dalla strumentazione.
Il colore del Fulmine Globulare presenta una leggera variazione durante l'arco di tempo di esistenza del fenomeno: all'inizio è di un intenso bianco purpureo, per poi cambiare in arancio a 80 ms., quindi tra i 160 ed i 1100 ms mantiene un colore bianco per infine modificarsi in rosso al momento della scomparsa, dopo 1120 ms.
L'intera durata del Fulmine Globulare è stata di 1,64 s. mantenendo in quel periodo una forma apparente pressapoco sferica, in movimento orizzontale alla velocità di 8,6 m/s.
Il fenomeno mostra un spettrogramma continuo forte e l'emissione di linee di silicio, ferro, e calcio, che esistono durante la quasi totalità del tempo di vita del Fulmine Globulare.
Per una mancanza di calibrazione, agli Autori non è stato possibile attuare una analisi quantitativa della temperatura del Fulmine Globulare.
Dai dati traggono alcune conclusioni parziali osservando preventivamente che possono esistere vari tipi di Fulmini Globulari e più di un meccanismo di produzione, date le diverse caratteristiche riscontrabili.
Nella loro specifica osservazione il Fulmine Globulare ed il fulmine CG appaiono contemporaneamente in un frame del filmato, e dato che silicio, ferro, e calcio sono componenti del suolo, gli Autori hanno diverse ragioni per ritenere che il “loro” Fulmine Globulare sia stato generato dal fulmine CG quando ha colpito la superficie del terreno.
Infine gli Autori considerano che questo specifico Fulmine Globulare può essere associato alla teoria di Abrahamson-Dinniss, che suggerisce proprio questo tipo di meccanismo (riv. Nature, Londra, 403, 2000).

giovedì 30 gennaio 2014

24 gennaio 2014. SPRITE CON HALO AL LARGO DELLA SICILIA

La rete italiana di monitoraggio del cielo dei Fenomeni Luminosi in Atmosfera, IMTN (Italian Meteor and TLE Network), comunica il rilevamento della stazione Sky Sentinel di Caserta al largo della Sicilia, di un fenomeno Sprite insieme ad un fenomeno più raro, un Halo (che si presenta come un breve ed intenso fenomeno luminoso circolare)
L'informazione è anche presente nel forum dell'IMTN alla URL:


Complimenti a questa stazione del sud Italia, operativa da pochi mesi, che ha già ottenuto i suoi primi successi, nel rilevamento di fenomeni luminosi dell'alta atmosfera.

[Info: Ferruccio Zanotti, IMTN]

mercoledì 15 gennaio 2014

Gennaio 2014. QUELLE LUCI SISMICHE CHE OGNI TANTO TORNANO IN SUPERFICIE SOTTO UNA LUCE DI NOVITA'

In questi giorni di inizio 2014 le “Luci sismiche” (Earthquake Lights) hanno avuto nuovamente risalto nell'ambito della divulgazione scientifica grazie a un articolo di “Robert Thériault (et Al.) del “Ministry of Natural Resources” di Quebec City, in Canada.

L'articolo di Thériault, R., St-Laurent, F., Freund, F. T. & Derr, J. S., è uscito sulla rivista Seismological Research Letters nel numero di gennaio/febbraio 2014 
ed è disponibile alla URL: http://dx.doi.org/10.1785/0220130059.

Oltre a riprendere una catalogazione dei supposti fenomeni luminosi legati al sisma tratta di una teoria, non nuova che continua a farsi strada grazie a un gruppo di studiosi di tutto il mondo, ovvero la possibilità che le luci sismiche abbiano origine da uno stress sotterraneo delle rocce , che genera cariche elettriche, che risalgono lungo le faglie verticali. L'iterazione con l'atmosfera genererebbe diversi tipi di luminosità, concomitanti con il terremoto.
Tra questi ricercatori impegnati nello studio dei precursori sismici c'è anche l'italiano Cristiano Fidani, citato nell'articolo, che a partire dal terremoto dell'Aquila, e in particolare dal 2010, ha trattato in diversi articoli la serie di testimonianze che ha personalmente raccolto in seguito ai disastrosi fatti (vedi ad es. in nota all'articolo (alla URL sopra indicata).

Un breve articolo giornalistico su Nature (vedi URL: http://www.nature.com/news/earthquake-lights-linked-to-rift-zones-1.14455) mette in moto un piccolo dibattito a distanza, interno all'articolo stesso, circa il fenomeno dei precursori luminosi.
John Ebel, geofisico in Massachusetts, intervistato dalla giornalista scientifica Alexandra Witze di Nature afferma, per quanto riguarda le luci sismiche, che: “Non è propriamente un'area regolare di inchiesta scientifica, perché non c'è modo di mettere in atto un esperimento su di loro”.

Ora, questa affermazione è molto curiosa perché spesso è la stessa argomentazione messa in atto per gli Ufo. Quegli “stessi” Ufo che per Thériault (et Al.) sono spesso erroneamente richiamati dai testimoni che casualmente osservano “luci sismiche”.
Vero che basarsi sulla semplice testimonianza è solo la fase prescientifica e non sufficiente dello studio di un possibile fenomeno sconosciuto, ma non si capisce perché le “luci sismiche” non sarebbero sperimentabili, dato che esistono ormai molti articoli su esperimenti di laboratorio, e nulla esclude (salvo le difficoltà implicite di ogni ricerca) che si possano usare strumenti di misurazione, per catturare il fenomeno e dimostrarne l'esistenza.
Evidentemente lo studio delle “luci sismiche” varca una zona non scritta tra ciò che consideriamo scienza e ciò che invece gli studiosi rimuovono nell'ambito della parascienza.
Eppure se la critica alle luci sismiche sembra nuova la catalogazione di Thériault et Al., non è una concezione per nulla nuova, studiosi del passato per quanto minoritari prima di loro avevano operato catalogazioni del genere, basti pensare ad Ignazio Galli, già più di 100 anni fa.

Dei 65 terremoti studiati (nelle Americhe e in Europa) l'articolo di Thériault (et Al.) rileva che ben 63, la quasi totalità, hanno presentato testimonianze di fenomeni luminosi che sembrano associati alla presenza di faglie verticali (o ad elevato angolo, nel testo richiamate come una steep geometry).

Uno degli autori, Friedemann Freund, fisico dei minerali alla NASA Ames Research Center in Moffett Field, California, sospetta che tutto il fenomeno abbia inizio in alcuni difetti della roccia, dove atomi di ossigeno in una struttura chimica minerale liberano elettroni. Quando aumenta lo stress nella roccia durante la fase preparatoria del terremoto, questo rompe i legami di perossido e
libera le P-hole (lacune positive), che fluiscono verso l'alto attraverso la faglia fino alla superficie. Quando ci sono delle asperità sulla superficie, li si concentrano le cariche generando dei campi elettrici locali intensi, e questo genera le luci.

In tal senso il catalogo realizzato dal team americano è una strada per suggerire vie di studio per monitorare le faglie attive e considerarne le modificazioni in atto.

Ebel ribatte alla giornalista, circa quanto afferma Freund che: “Ciò è sensato, ma non significa che sia corretto”.
Mi pare solamente l'ennesima affermazione e-semplificativa del termine di “ipotesi” (in scienza sono “sensate”anche se non ancora provate in modo robusto).
Nuovamente ci ritroviamo di fronte a uno dei tanti geofisici per niente interessato a volersi confondere con la ricerca di confine.

[Nico Conti, CIPH]