martedì 14 ottobre 2014

8-9 luglio. INTERVENTO DEL CIPH AL CAIPAN 14, CNES, Parigi


Qui di seguito trovate abstract e testo tradotto in italiano dell'articolo di presentazione del CIPH, svolta da Nico Conti, al CNES-Geipan (Parigi) il luglio scorso, al workshop CAIPAN14.

LE IMPLICAZIONI DELLA RICERCA STRUMENTALE DEL NON-IDENTIFICATO

Renzo CABASSI1, Nico CONTI2, Jader MONARI3, Stelio MONTEBUGNOLI4, Massimo SILVESTRI5

1 CIPH, Bologna, Italia
2 CIPH, Bologna, Italia
3 Radiotelescopi di Medicina,Medicina (BO), Italia
4 SETI Italy, Bologna, Italia
5 CIPH, Bologna Italia


ABSTRACT

Nonostante le ricerche strumentali circa gli Ufo siano rare, esse sono una parte importante della ricerca ufologica perché permettono di uscire dal dibattito senza fine tra “credenti” e “scettici”.
Questo genere di ricerche mostra soprattutto un punto importante: sin dall'inizio della controversia sugli Ufo alla fine degli anni 40, gli ufologi hanno domandato alla scienza di studiare gli Ufo, mentre ci si poteva aspettare che fossero anche gli stessi ufologia a occuparsi di ciò che la scienza poteva fare circa tale argomento e a sostenere i rari programmi di ricerca esistenti.

Se si escludono i progetti immaginati da scienziati non appartenenti a specifiche istituzioni, all'inizio della storia degli ufo, uno dei primi progetti di ricerca sugli Ufo fu quello attuato da Claude Poher poco prima della creazione del Gepan nel 1977, che intendeva calcolare i costi di installazione di una rete di stazioni di rilevamento magnetico. Purtroppo fu stabilita la non fattibilità del progetto, perché all'epoca troppo costoso.

All'inizio degli anni 80 a seguito di un'ondata Ufo sopravvenuta in Norvegia, e in particolare a Hessdalen, Erling Strand, ingegnere ed ufologo, lancia un progetto per lo studio delle “luci di Hessdalen” (Project Hessdalen, 1984), progetto che continua a proseguire ai giorni nostri, in collaborazione con Bjiorn Hauge.
A seguito di questo primo progetto di studio delle “luci di Hessdalen, l'ufologo Renzo Cabassi, riunisce negli anni 90 un gruppo di ufologi con i quali crea il CIPH (Comitato Italiano per il Project Hessdalen), nel 2000, un comitato che ha per scopo la promozione delle ricerche sui fenomeni constatati a Hessdalen.
Oltre alla ricerca di finanziamenti, l'obiettivo del CIPH è quello di mettere in relazione differenti tipologie di ricercatori – scienziati, tecnologi, sociologi, astrofili – tra coloro che potrebbero essere interessati allo studio dei fenomeni luminosi aerospaziali non-identificati.

Dato che nessuna ipotesi riesce a fare l'unanimità sull'origine degli Ufo, al CIPH sembra interessante rivolgere l'attenzione verso lo studio dei fenomeni che possono rinviare a fenomeni naturali poco conosciuti (vedi i fuochi fatui, il fulmine globulare, le luci sismiche, etc...) e che sollevano problematiche vicine a quelle che pongono gli Ufo (rarità, difficoltà di rilevamento, di registrazione, etc.).
Il CIPH entra allora in contatto con i ricercatori dei Radiotelescopi di Medicina, Stelio Montebugnoli, Jader Monari, e con scienziati tra cui Albino Carbognani (specialista del fulmine globulare), Cristiano Fidani (luci sismiche), Enrico Arnone (TLE, Transient Luminous Events, Sprite), Massimo Teodorani (astrofisico), Matteo Leone (storico della fisica) e di astrofili quali Ferruccio Zanotti e Romano Serra (meteore, TLE).

Durante diverse missioni denominate EMBLA (il nome di una divinità nordica) i ricercatori italiani e norvegesi cercano di ottenere delle registrazioni dei fenomeni osservati ad Hessdalen, e ottengono come è noto degli spettrogrammi delle luci, ma senza che i dati raccolti permettano di definire in modo conclusivo sulla natura di questi fenomeni.

Nel 2003 un gruppo di astrofili guidati da Ferruccio Zanotti ottiene una serie di immagini di mini-flashes sopra il lago Oyungen (Hessdalen), avendo fatto ricorso a una tecnica simile a quella utilizzata per i rientri atmosferici di bolidi.
Differenti altri strumenti sono testati nel corso di diverse missioni realizzate grazie al CIPH, dirette da Stelio Montebugnoli e Jader Monari.

Nel 2007 grazie al tecnico Massimo Silvestri, il CIPH prova diverse apparecchiature in Italia nel quadro del progetto denominato SOSO (Smart Optical Sensors Observatory). La videocamera di SOSO sarà la prima a filmare uno Sprite a partire dal territorio italiano nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2007.
In seguito viene sviluppata una rete di telecamere attraverso il paese grazie a un gruppo di astrofili: IMTN (Italian Meteors and TLE Network).
Nel 2009 Ferruccio Zanotti, con una videocamera a colori, filma il primo Gigantic Jet (della famiglia dei TLE) in Europa.
I test realizzati con le videocamere nell'ambito del Progetto SOSO, sono destinate a acquisire un know-how da portare in Norvegia, se i mezzi economici lo permetteranno, assieme ad altri strumenti realizzati da Montebugnoli e Monari dei Radiotelescopi di Medicina, nel quadro delle ricerche radio-astronomiche.
Dopo aver riportato al meglio l'informazione sulle ricerche strumentali realizzate nell'ambito CIPH, noi vorremmo inoltre riflettere sulle ragioni per cui la maggior parte degli Ufologi trascurano questo tipo di ricerche in favore della sola analisi delle testimonianze.
Vogliamo inoltre interrogarci sui limiti di questo genere di ricerche strumentali applicate all'ufologia e ricercare una risposta alle domande come ad esempio: cosa è un “sito ricorrente”? Le nostre ricerche cosa ci permettono di dire su questo genere di siti? Perché malgrado lunghi anni di sorveglianza del cielo, il progetto SOSO non ha registrato alcun fenomeno di tipo Ufo, vale a dire alcun fenomeno realmente non-identificato?
Noi proponiamo di affacciarci alle problematiche reali di questo genere di ricerche, alle condizioni da realizzare per registrare eventuali fenomeni, e alle problematiche che il dibattito tra “scettici” e “credenti” sembrano ignorare.



ARTICOLO

Precisamente all'inizio del 2000, un gruppo di ufologi italiani, per la maggior parte originari del CISU (Centro Italiano Studi Ufologici), si è raggruppato sotto il nome CIPH /Comitato Italiano per il Project Hessdalen) allo scopo di partecipare al Project Hessdalen, che era stato attivato da Erling Strand già nei primi anni 80 in Norvegia.

Contrariamente ad altri progetti il Project Hessdalen si presentava come il più realista perché insisteva su di una zona geografica ridotta all'interno della quale numerosi fenomeni erano stati segnalati, ciò che permetteva di prevedere dei costi più limitati e dei risultati potenzialmente più interessanti.

Nel testo che segue, descriveremo gli sforzi realizzati ed i risultati ottenuti, e cercheremo di comprendere ciò che questa iniziativa ci ha insegnato su interesse, limiti e possibilità future per questo genere di attività di rilevamento strumentale dei Fenomeni Aerospaziali Non-Identificati.
Vogliamo sottolineare che pur se è possibile uscire da un dibattito sterile (pro o contro gli Ufo) non per questo si entra in un mondo scientifico dove tutto diventa «fruitful» (fruttuoso) solo per il semplice fatto di aver collocato degli strumenti.

Diverse esigenze legate a questa ricerca si sono presentate nel corso del tempo e lo sviluppo della nostra azione continua a modificarsi di conseguenza.
In particolare nel corso delle diverse tappe, che descriveremo, è stato necessario :
a) comprendere sin dall'inizio ciò che poteva essere fatto per essere operazionali nell'ambito della ricerca tecnico-scientifica ;
b) una volta dotati di un minimo di strumentazione e di risorse umane, necessarie allo sviluppo di un progetto di ricerca, mettere in atto delle strategie per dare continuità alla ricerca stessa;
c) definire il nostro campo di azione per non limitarci semplicemente ad una ricerca sugli Ufo, ciò che avrebbe voluto dire restare legati ad un concetto flou di «non identificato» che, in quanto autoreferenziale, avrebbe potuto rendere difficile qualsiasi tipo di ricerca; in effetti noi abbiamo delle testimonianze che sembrerebbero evocare l'esistenza di uno o più fenomeni nuovi (all'interno della categoria approssimativa di Ufo), ma dato che ci troviamo di fronte a testimonianze circa qualcosa di «non-compreso» (non-identificato) è difficile stabilire ciò che dovrebbe essere misurato attraverso gli strumenti;
d) allargare il campo degli «oggetti luminosi» da mettere sotto osservazione, integrando quelli attualmente conosciuti (sprites e TLEs) o ancora in fase di dimostrazione (fulmine globulare, luci sismiche, et.) e, infine, quelli più banali come i bolidi, che assomigliano in qualche modo agli Ufo (almeno per quelli decritti dai testimoni Ufo in termini di: casualità, fugacità dell'osservazione, rapidità del movimento, et.);
e) fare il punto circa il nostro «know how» e stabilire un progetto più ampio (Progetto SOSO) capace di allargare il nostro campo di azione senza limitarci solamente alle «luci di Hessdalen».

I primi approcci strumentali agli Ufo: la mancanza di continuità della ricerca
L'ufologia, che vede la luce grazie alla prima testimonianza di « dischi volanti » di Kenneth Arnold, e grazie alle sue prime inchieste fatte su altri testimoni come lui, è una disciplina che in una prima fase si è basata sull'ipotesi che si trattasse di visitatori extraterrestri.
La quantità dei racconti era lì a dimostrarlo, senza bisogno di nessun'altra prova che non fosse qualche foto presa accidentalmente.
Si trattava di immagini che costituivano delle prove per qualche ufologo, anche se, nella migliore delle ipotesi, esse non potevano rappresentare che un semplice indizio su un aspetto del fenomeno.
 
In seguito a questo primo periodo di entusiasmo neofita, accanto a questa convinzione che le semplici inchieste potessero essere la prova dell'esistenza degli Ufo vi era, già a partire dagli anni 50, qualche raro ricercatore privato e qualche organismo pubblico che iniziava a collocare degli strumenti sul posto.

Vi rinviamo agli articoli dello studioso Philippe Ailleris, che si è spesso occupato dell'attenzione tecno-scientifica (non programmata) prestata al fenomeno Ufo1, vale a dire a tutte quelle ricerche improvvisate, non-continuative, che rappresentavano una urgenza del momento e obbedivano all'idea di poter dare delle risposte rapide.

Per alcuni studi militari, vedi quelli della Air Force americana, si trattava di comprendere se dietro gli Ufo si nascondesse la minaccia di un'arma segreta russa, si era nel pieno della Guerra Fredda. C'era anche una piccola parte di militari che contemplava la possibilità di una origine extraterrestre degli Ufo e che mostrava un bisogno urgente di capire se si trattasse di una potenziale minaccia dall'esterno.

La discussione si è spesso concentrata unicamente sui rilevamenti radar (per esempio nel caso di Washington del 1952) ad un'epoca in cui i dati forniti da questo genere di apparecchiatura erano difficili da interpretare. 

Nel quadro del Project Blue Book, il capitano Ruppelt aveva intravisto la possibilità di utilizzare delle fotocamere simili a quelle usate per la localizzazione dei meteoriti. La discussione è però restata a lungo “bloccata” sull'ipotesi extraterrestre.

Nel 1973, le ricerche realizzate dal fisico Hadley D. Rudlege nell'ambito del suo Project Identification sono state motivate dal solo desiderio di testare l'ipotesi extraterrestre 2.

In seguito, la riflessione si è evoluta e altri ricercatori come Claude Poher, creatore e primo responsabile del Gepan, piuttosto che Michel Monnerie, un membro influente del gruppo Lumières dans la Nuit (e futuro capofila degli ufologi scettici) hanno proposto di mettere in campo delle reti di rilevamento senza insistere particolarmente su una ipotesi o su un'altra. Ma, nel caso di Poher, il costo di una tale rete si era rivelato proibitivo, mentre nel caso di Résufo proposto da Monnerie, era stata la motivazione degli inquirenti privati, incaricati alla sua realizzazione, che aveva fatto difetto.

Discussioni senza fine continuano fino ai nostri giorni e si constata anche una tendenza trasversale che va da un'opposizione corrispondente ad un pregiudizio a una semplice incomprensione di ciò chiamiamo « ufologia strumentale » 3.

Molti sono gli ufologi che pensano che occuparsi di “luci di Hessdalen” sia qualcosa di diverso rispetto a fare dell'ufologia. Tra quelli che comunque credono che si tratti di ufologia, la maggior parte ha dato carta bianca a Strand e al Project Hessdalen; in altri termini hanno dimostrato un malcelato disinteresse verso ciò che accade nella valle norvegese.
Altri ufologi, al contrario, non si interessano ad Hessdalen che per mettere in discussione l'esistenza stessa di queste « luci ». Si tratta di una critica ad uno spettrogramma o di una analisi fotografica, ma in ogni caso l'interesse dimostrato è sporadico e senza impegno o sostegno a questa ricerca.

E' vero che, a partire dagli anni 80, l'entusiasmo per l'ufologia diminuisce progressivamente, e si dubita della sua capacità di costruire una realtà che possa dare un senso a questi misteriosi Ufo.
Ma, giustamente, è proprio nel corso di questi anni che il Project Hessdalen (attivo nel 1984) comincia a prendere forma. 
 
Per quanto concerne i limiti dei precedenti tentativi di ricerca strumentale, questi sono evidenti: tutti questi studi hanno in comune la mancanza di continuità nel tempo ciò che ha fatto sì che una collettività scientifica non si sia mai formata attorno al problema posto.
Questo tipo di problematica (scienziati isolati e studi di breve termine) è esistito in modo simile per altri « fenomeni orfani » di scienza (secondo la definizione del sociologo Pierre Lagrange), come ad esempio : fuochi fatui, fulmine globulare, luci sismiche, et.

Più tardi, nel 2000, noi intravvediamo nel tentativo di Strand questa perseveranza nel far fronte al problema scientifico posto dagli Ufo. 
 
La nascita nel 2000 del comitato CIPH e le ragioni del sostegno al Project Hessdalen
E' giustamente Lagrange che nel 2000 apre un dibattito sociologico sul quale, ufologi credenti e ufologi scettici, saranno in disaccordo; nell'articolo « Reprendre à Zéro » ci spiega le ragioni che rendono scientificamente più interessante uscire da questo tipo di discussioni senza fine « pro e contro » 4.

Occupandosi di una sociologia non-riduzionista degli Ufo, Lagrange ci chiarisce perché le spiegazioni psicologiche non siano di alcuna utilità per rendere conto delle osservazioni Ufo, e che sarebbe invece utile inventarsi nuovi comportamenti che permettano di passare dagli strumenti culturali agli strumenti scientifici.

Per pura coincidenza in quell'anno nasce il nostro CIPH 5 diretto da Renzo Cabassi, con una decina di ufologi appartenenti alla associazione CISU, gruppo caratterizzato da una attitudine “scettica”.
La maggior parte dei fondatori del CIPH si conoscono dal 1990.
L'idea di formare un comitato (e non un'altra associazione Ufo) si basa sulla volontà di essere un organismo informale e aperto a ogni contributo, intellettuale e scientifico, per lo studio più ampio possibile dei Fenomeni Luminosi in Atmosfera, compresi gli Ufo.

Quando più tardi leggeremo «Reprendre à zero», avremo l'impressione di seguire le tracce del percorso evocato da Lagrange affinché lo studio del non-identificato prenda una connotazione scientifica.

Perché Hessdalen ed il supporto al progetto di Erling Strand ?

Prima ragione : è a partire dal 1984 che Strand e Al. sono con continuità nella valle di Hessdalen (Norvegia) per studiare le cosiddette « luci di Hessdalen ». Si tratta dunque del solo studio al mondo che possa vantare una così lunga durata su un determinato sito.

Seconda ragione: è a partire dal 2000 che sono iniziate le missioni tecnologiche denominate EMBLA e la collaborazione a livello della strumentazione tra l'Ostfold College di Strand e i Radiotelescopi di Medicina (Italia), diretti da Stelio Montebugnoli.

Terza ragione : sentivamo il bisogno di fare qualcosa di concreto per aiutare la ricerca (all'inizio il nostro gruppo si è autofinanziato per mandare in missione l'astrofisico Massimo Teodorani).
Da sempre gli ufologi domandano alla scienza di occuparsi di Ufo e accusano gli scienziati di disinteressarsi del “fenomeno” (o addirittura di complottare contro la sua esistenza).
Alla base di questo pensiero condiviso dall'insieme dell'ufologia si può ritenere che ci sia una cattiva comprensione su come la scienza funzioni realmente nel suo modo di prodursi.
Diversamente il nostro gruppo vede all'interno degli studi scientifici molte tematiche che sembrano avere punti di contatto con il problema Ufo: in qualche modo la scienza si occupa già di non-identificato (ne parleremo più avanti).
Contrariamente all'opinione generale, il CIPH pensa che stia agli ufologi entrare nella logica di produzione della scienza, e non il contrario.

Quarta ragione : anche se attualmente si parla di « luci di Hessdalen » come di un fenomeno naturale ancora inspiegato sappiamo che , in realtà, quando tutto ha cominciato nel 1980 nelle vicinanze di Hessdalen, le testimonianze assomigliavano fin dall'inizio alle più comuni descrizioni delle ondate Ufo, ivi compresa la panoplia dei dischi volanti.
Anche se in maggior parte si trattava di luci erratiche, se si analizza qualche testimonianza in dettaglio, come ad esempio quella di August Holen, del settembre 1980, è evidente che siamo di fronte al tipico incontro ravvicinato con tre “dischi” descritti come di un materiale che assomiglia a del « rocks of candy » [dolcetto da leccare di zucchero cristallizzato, NdA] 6.
Noi ci chiediamo di rimpiazzare questo tipo di descrizione soggettiva con una descrizione oggettiva dello strumento, come Strand stava iniziando a fare.

Quinta ragione : non abbiamo una sola ed unica ipotesi da difendere, vogliamo quindi piazzare degli strumenti vicino al testimone, come succede con altri fenomeni incompresi.

Infine : anche se è evidente che le ricerche strumentali sugli Ufo sono rare, esse sono comunque una parte importante della storia della ricerca ufologica, perché permettono di uscire dal dibattito senza fine tra « credenti » e « scettici ».

Cosa abbiamo cercato di fare nei primi sei anni del CIPH
In effetti, a parte il lavoro di ricerca di finanziamenti, il primo scopo del CIPH è stato di mettere in relazione i diversi tipi di ricercatori - scienziati, ingegneri, sociologi, astrofili – suscettibili di un interesse verso lo studio dei fenomeni luminosi aerospaziali non identificati.
Dato che nessuna ipotesi fa l'unanimità sull'origine degli Ufo, al CIPH sembra interessante affrontare lo studio di tutti quei fenomeni che vanno in direzione dei fenomeni naturali poco-conosciuti (come i fuochi fatui, il fulmine globulare, le luci sismiche e altri ancora...) e che inoltre sollevano dei problemi simili a quelli posti dalle testimonianze Ufo: rarità, difficoltà di rilevamento e registrazione, et.

Il CIPH opera dunque in modo da entrare in contatto con i ricercatori del radiotelescopio di Medicina, Stelio Montebugnoli, Jader Monari, e con scienziati quali Albino Carbognani (fisico specialista del fulmine globulare), Cristiano Fidani (geologo esperto di luci sismiche), Enrico Arnone (TLE, Transient Luminous Events, Sprite), Massimo Teodorani (astrofisico), Matteo Leone (storico della fisica), e anche astrofili quali Ferruccio Zanotti e Romano Serra (meteore, TLE), o infine altri esperti di « Radio-Natura » quali Renato Romero e Flavio Gori (onde radio VLF)...

L'idea è semplice : i fenomeni luminosi della bassa atmosfera, sono testimoniati a livello del visibile, da testimoni occasionali e perciò, se ci si impone di provarli e comprenderli in modo scientifico, si deve necessariamente misurare il loro modo di influenzare tutto il campo elettromagnetico (nel visibile e nell'invisibile).
Dunque per ogni fascia del campo elettromagnetico si devono costruire strumenti adatti a registrare dati specifici e metterli in relazione tra loro, per poter infine stabilire una teoria che possa spiegare le diverse condizioni del fenomeno: modalità di innesco, durata-forma del fenomeno e la modalità di esaurimento dello stesso.

Durante le missioni EMBLA, anche se molte misure sono state prese con strumenti diversi, non vi sono state delle correlazioni strette tra le immagini catturate e le altre misure (VLF, VHF radar, analizzatore di campo magnetico, et.).

Sono stati presi spettrogrammi durante le missioni di osservazione del cielo (i Camp-Science dell'Ostfold College ), ma non sono mai stati risolutivi circa la natura del fenomeno rilevato.

Immagini (film, foto) prese durante le missioni EMBLA sono state argomento di lunghe discussioni tra ricercatori (Teodorani, Leone e Al.).
Si deve sottolineare, di passaggio, che questo dibattito ha interessato gli ufologi razionalisti solo per ridurre tutti i fenomeni di Hessdalen a delle misinterpretazioni di fari di automobile.

Al contrario, tutto il lavoro effettuato durante la missione del 2003 dal gruppo di astrofili denominato Columbia, diretto da Ferruccio Zanotti, non ha portato ad alcuna reazione presso gli ufologi, positiva o negativa, malgrado i loro risultati siano interessanti.
Il loro studio sul terreno, attraverso delle videoregistrazioni e delle osservazioni attuate con il metodo utilizzato per i rientri di bolidi in atmosfera, sembra dimostrare l'esistenza di micro-fenomeni luminosi frequenti, vedi dei micro-flashes di diversi colori (sul lago di Oyungen, vicino a Hessdalen).
Per coloro che hanno lavorato sul terreno del laboratorio all'aria aperta di Hessdalen, questi dati specifici sono ancora argomento di analisi nella speranza di tornare in valle con strumenti e procedure più performanti.

Il workshop del 2006. Il bisogno di fare il punto sul know-how acquisito : limiti e possibilità
 E' di fronte a questi risultati parziali che nel 2006 si decide di organizzare un workshop (al centro-visite dei Radiotelescopi di Medicina, Italia) per fare il punto sul nostro savoir faire, invitando a parteciparvi tutti quei ricercatori che in qualche modo avevano collaborato al Project Hessdalen.
Questo workshop (IPHW 2006, International Project Hesdalen Workshop) fornirà alla fine dei lavori dei Proceedings (in inglese) sotto forma di libro, le cui entrate finanziarie sono state utilizzate per coprire qualche spesa legata alla strumentazione per la ricerca.

E' in questo momento preciso che il nostro gruppo cambia la sua filosofia ed il suo modo di agire: fino ad allora il CIPH aveva supportato i ricercatori dall'esterno, con un sostegno in termini di organizzazione e di sostegno pratico (ad es. nessun membro del comitato è mai andato in missione ad Hessdalen).
Le considerazioni che, attraverso il workshop IPHW 2006, emanavano dall'analisi collettiva del lavoro sviluppato ad Hessdalen sembravano indicare abbastanza chiaramente dei limiti che dovevano e potevano essere superati :
a) ogni esperto tecnico aveva portato in valle degli strumenti sulla base delle proprie esperienze e del proprio know-how ma ci sembrava evidente che era il lato ottico a dover essere fortemente messo a punto. Eravamo primariamente confrontati ad un problema osservato, visuale;
b) nelle missioni di Hessdalen, mancava la coordinazione continuativa di un gruppo scientifico (fisici) sopra i lavori effettuati dai tecnologi;
c) la Blue Box, a Hessdalen, disponeva di videocamere fisse del tipo meteo, che funzionavano bene durante la giornata, ma che mettevano in evidenza molti “brusii” durante le registrazioni notturne; necessitava dunque una videocamera più performante per poter ottenere dei dati quantitativi e qualitativi, 24 ore su 24, e inoltre dotata di motion-détection;

d) di conseguenza non avevamo alcuna possibilità di disporre di una statistica che potesse eliminare o integrare delle possibili relazioni tra il nostro fenomeno e altre tipologie: aurore, fenomeni solari, cambiamenti di stagione, et..
e) visto e considerato il numero limitato di ricercatori, la distanza di Hessdalen (al centro della Norvegia) e le condizioni climatiche generalmente difficili, una stazione la più automaticizzata possibile era necessaria e possibile.

2007 : il Progetto SOSO a Idice, Bologna (Italia)
Dopo aver sviluppato tutte queste considerazioni, e aggiungendo che a livello di risorse umane all'interno del CIPH (Renzo Cabassi e Massimo Silvestri) disponevamo di tutte le tecnicità per rispondere a questi ostacoli, si pensò di poter agire diversamente e di fare della ricerca direttamente.

Dunque nel 2006, il nostro comitato diventa operativo dal punto di vista della costruzione di un sistema che chiameremo SOSO (Smart Optical Sensors Observatory) 7 il quale sarà testato a Idice (Bologna, Italia) nell'intenzione di trasferirlo in seguito in Norvegia.

Il Progetto SOSO di Massimo Silvestri, è un'idea di stazione di monitoraggio permanente, di una parte del cielo, dotato di un sistema il più possibile automatizzato (che abbia bisogno del minor numero di interventi possibili sul posto, durante l'anno), che può gestire a distanza da “remoto” e dotato di un software di cattura di immagini/video che permette all'operatore di prendere visione delle sole sequenze video dove si verifica una variazione/movimento sulla scena, detta “allarme”.
Il sistema SOSO (attivo a partire dal 2007) è dotato di una videocamera Mintron con un disturbo dell'immagine estremamente basso, grazie ad un sensore CCD Sony super HAD, per uso astronomico, che permette un buon rapporto segnale-rumore.
L'immagine video è gestita da un computer dotato di un sistema operativo Linux (Debian) che registra le sequenze video solo nel caso di tale variazione/movimento: una volta rilevata la variazione, questa è archiviata su un hard-disk per essere analizzata dall'operatore in un secondo momento; il software utilizzato è Motion (supportato da Linux).

Fenomeni orfani (o quasi) di scienza: allargare il campo della ricerca strumentale
Prima di entrare nel dettaglio dei risultati del Progetto SOSO vorremmo ritornare su questi “fenomeni orfani” di scienza che abbiamo solo brevemente menzionato in precedenza. Quando parliamo di fuochi fatui (Biagio Pelicani," Quaestiones metheororum" 1384?) di fulmine globulare (Francois Arago, "Sur la tonnere" 1838) di luci sismiche (Ignazio Galli, " Raccolta e classificazione
dei fenomeni luminosi osservati nei terremoti", 1910) e infine di sprites  (Franz,R.C., R.J. Nemzek, et J.R. Winckler,1989), parliamo di oggetti scientifici che hanno in comune diversi aspetti:
 
1) ognuno di questi fenomeni è stato a lungo considerato un non-identificato proprio come gli Ufo, nel senso che testimoni occasionali avevano osservato e descritto fenomeni luminosi transitori senza comprenderli.
Questi fenomeni sono spesso stati circondati da un folklore molto forte che potremmo considerare come una forma di epistemologia popolare, un tentativo di identificazione semplificata fatta a partire da un proprio bagaglio culturale: qualcosa che assomiglia a ciò che succede nelle testimonianze Ufo.
Le descrizioni e le interpretazioni in causa non sono necessariamente false e non sono giocoforza riferibili a degli errori di percezione (i casi di descrizione dei primi sprites sembrano dimostrarlo).
Come per gli Ufo la caratteristica effimera di questi fenomeni è tale che la scienza fatica a considerarli come reali.
In altre parole essi riescono ad esistere nelle testimonianze popolari (senza bisogno di prove) ma non esistono, o con grandi difficoltà, all'interno della collettività scientifica (in effetti le leggi esistenti non possono comprenderli).
Si tratta dunque di “eventi nascosti” secondo il termine del sociologo Ron Westrum8.
Anche nel caso degli sprites odierni, possiamo sottolineare che, anche se la loro vita scientifica inizia nel 1989, grazie ad uno strumento che era in fase di test, ci sono state, prima di quella data, alcune testimonianze visuali sporadiche che li descrivono correttamente ma che non hanno tuttavia permesso di riconoscerli come fatti.
Una volta che questi fenomeni nascosti sono compresi e accettati attraverso la pratica scientifica diventano molto meno rari di quanto si potesse immaginare prima.

2) Vi sono date abbastanza precise (fuochi fatui, 1384; fulmine globulare 1838; luci sismiche, 1910) in cui, grazie alle affermazioni di uno scienziato, questi fenomeni diventano reali, anche se non sono completamente accettati da tutta la totalità del mondo scientifico.
Prima di queste date tali fenomeni semplicemente non esistevano: vale a dire che, “col senno di poi”, è impossibile rigettare in modo assoluto l'esistenza di un fenomeno sulla semplice affermazione della possibilità dell'errore di percezione.

E' per questo motivo che noi consideriamo che un campo d'azione di ricerca strumentale il più ampio possibile possa essere utile allo studio degli Ufo, in quanto manifestazioni luminose in atmosfera.

Brevi considerazioni sui fenomeni luminosi in atmosfera “conosciuti”
Oggi nessuno dubita dell'esistenza ( e dell'inspiegabile estinzione) dei fuochi fatui, e tutti conosciamo la spiegazione stereotipata di Alessandro Volta (gas di palude).
A ben vedere la “scientificazione” dei fuochi fatui non giunge attraverso la prova abituale dello strumento, ma attraverso una serie di passaggi dialettici fatti da scienziati che hanno prestato attenzione a certe testimonianze.

Questi passaggi possono essere sintetizzati in questo modo:

a) eliminazione di una parte del folklore, e integrazione nel discorso scientifico di alcuni elementi non sospetti di irrazionalità.
Attraverso la loro razionalizzazione e la loro integrazione nel mondo scientifico i fuochi fatui non saranno mai più considerati spiriti dei morti, ma per esistere saranno relegati nelle paludi e nei cimiteri.
Al fine di far esistere i fuochi fatui come realtà riconosciuta dalla scienza, gli scienziati hanno dovuto “spolverare” le testimonianze delle caratteristiche più folkloriche ma hanno dovuto comunque conservarne certi aspetti; sono nelle paludi, nei cimiteri e in altri luoghi simili, ma come prodotto della decomposizione biologica.

b) Una scoperta scientifica (il gas, e in questo caso il gas di palude) è il passepartout dello scienziato Volta per far entrare nella realtà del fatto scientifico questi fenomeni luminosi più volte testimoniati nel corso dei secoli.
Ma, se si rileggono attentamente le testimonianze, si vedrà che questi fenomeni non sono sempre localizzati in una palude o in un cimitero, e non si manifestano che raramente sotto forma di semplice fiamma.
Così l'idea dei fuochi fatui come gas di palude si cristallizza 9.

c) Volta (ma già almeno Priestley prima di lui) aveva pensato a un fenomeno con un innesco di natura elettrica, ma non vedeva quale fosse disponibile in natura per far funzionare il fuoco fatuo 10.
In seguito molti chimici proveranno in varie occasioni a riprodurre un fuoco fatuo in laboratorio ma senza riuscirvi, fatto sta che il fuoco fatuo esiste comunque come ossidazione della fosfina e del metano, senza bisogno di ulteriore scienza.

Una situazione simile si presenta con il fulmine globulare.
Lo scienziato Arago, attraverso la classificazione di diverse forme di fulmine, permette al fulmine globulare di esistere oltre la testimonianza (vedi un fenomeno luminoso erratico di forma sferoide molto “simile” a quello dei racconti dei fuochi fatui).
A cominciare da quel momento, e senza bisogno di prove, il fulmine globulare entra nel mondo reale: nonostante che non sia accettato dalla totalità degli scienziati (ancora ai giorni nostri) esso inizia a esistere in diverse repliche di laboratorio grazie alla scoperta dei plasma.

d) questi “fenomeni orfani” di scienza non hanno avuto bisogno di una collettività scientifica interamente dedicata al loro studio per poter assumere una esistenza.
Sono, ad esempio, uno strumento ottico e una registrazione occasionale risultato del test di una videocamera fatto durante un temporale, a permettere agli sprite di esistere in quanto scoperta scientifica nel 1989.
Dopo questa data il numero esponenziale di articoli scritti sugli sprites è impressionante, così come l'aumento del numero di altri fenomeni riconosciuti nell'alta atmosfera, appartenenti alla famiglia dei TLEs (Transient Luminous Events): dunque non si può più parlare di fenomeni rari. 
Perciò, a partire dal momento in cui uno strumento, anche se per serendipità, è in grado di dimostrare un nuovo fenomeno, tutto ciò che era dapprima considerato raro o addirittura inesistente può con estrema facilità divenire un fenomeno ordinario e molto diffuso.

Questa serie di punti ci portano ad una serie di considerazioni che sono alla base della ragione stessa dell'esistenza del CIPH e della nostra filosofia non-scettica (e comunque neanche credente) di ricerca strumentale del non-identificato, in particolare:

1) anche se basati solo su delle testimonianze, possono esistere dei fenomeni degni di studio scientifico: non possiamo quindi affermare in modo assoluto che un fenomeno non esiste.
Se si adottasse la stessa attitudine che gli scettici adottano verso il fenomeno Ufo, fenomeni oggigiorno divenuti ordinari come gli sprites, assumerebbero una esistenza bizzarra.
In effetti sappiamo che uno sprite ( di così breve durata e così difficile da percepire) può essere osservato ad occhio nudo in determinate condizioni di osservazione guardando in direzione del temporale, da una certa distanza...
Il divulgatore scientifico William R. Corliss, nei suoi cataloghi di anomalie atmosferiche, aveva diligentemente raccolto, prima della scoperta degli sprites, qualche racconto testimoniale che assomiglia parecchio agli sprites riconosciuti in un secondo momento 11.

Se nel periodo precedente si adotta una visione scettica circa queste testimonianze stravaganti, gli sprites sarebbero esistiti solo come errori percettivi di misinterpretazione del testimone e esiterebbero solo per lo strumento a partire dal 1989.

2) Di conseguenza, gli investigatori che danno importanza alle testimonianze sono quelli che provano a porre degli strumenti accanto al testimone.

3) Dunque, la storia della scienza dei Fenomeni Luminosi in Atmosfera, qui brevemente riassunta, dimostra che anche cominciando da dei fenomeni a carattere “folklorico” si può fare avanzare la conoscenza scientifica.

I primi risultati di SOSO sui TLEs e la configurazione di una rete di astrofili
Ritorniamo ora al nostro progetto SOSO, nel 2007 quando viene installato a Idice (località nei pressi di Bologna, Italia) il sistema per testarlo: l'insediamento non è l'ideale a causa dell'inquinamento luminoso, ma non è neanche molto diverso dalla posizione casuale dei testimoni Ufo.

L'idea è quella di testare il sistema SOSO prima di inviarlo ad Hessdalen, ma oltre a ciò cosa speravamo poter filmare come fenomeno:

a) qualche luce non-identificata (dobbiamo dire che siamo riusciti a mettere in relazione delle testimonianze con degli identificati quali bolidi, satelliti tipo NOSS, ISS (International Space Station), ma non ancora dei Fenomeni Aerei Non-identificati;

b) un fulmine globulare (fino ad ora non ci sono state immagini scientifiche a riprova di questo fenomeno) 12.

Dunque il 4-5 settembre 2007, catturiamo con SOSO il primo sprite a partire dal territorio italiano 13.

Fino a quella data nessun scienziato italiano aveva collocato uno strumento ottico di fronte al fenomeno sprite.

Pertanto, a partire da questa esperienza siamo in contatto con un esperto di sprites e di chimica dell'atmosfera, Enrico Arnone, che all'epoca lavorava all'estero, partecipando tra l'altro alla rete degli scienziati di Eurosprite.
Da quel momento abbiamo avuto a disposizione: l'intera famiglia di questi fenomeni TLEs (Transient Luminous Events) dotata di caratteristiche simili a quelle degli Ufo, il sistema SOSO per rilevarle, e le relazioni scientifiche pe avere suggerimenti sulle procedure da seguire. 

Ma come era stato possibile captare, semplicemente in base a qualche fotogramma, questo allarme che si è presentato sotto forma di lampi di qualche decimo di secondo e riconoscerlo come uno sprite?
Ciò è stato possibile per la semplice ragione che Cabassi conosceva già l'esistenza e la forma di questo fenomeno, e perché ci eravamo posti il problema di dare una spiegazione ad ogni forma di “allarme”.

A partire da questo momento abbiamo catturato una grande quantità di sprites, e questo argomento ci ha permesso di rilanciare gli astrofili (primo tra tutti Zanotti) su un progetto più ampio che le luci di Hessdalen: la creazione di una rete di rilevamento di Bolidi e TLEs.
Nel 2009 il IMTN (Italian Meteors and TLE Network) è già operativo grazie a qualche stazione nel nord Italia.


Il 12 dicembre 2009 Zanotti filma, con l'aiuto di una videocamera a colori, il primo Gigantic Jet (della famiglia dei TLEs) in Europa.
In quel periodo saranno pubblicati un certo numero di articoli scientifici su questo Gigantic Jet, che presenta delle caratteristiche particolari.
Grazie al lavoro sviluppato sui TLEs dalla rete IMTN siamo a tutti gli effetti un collettivo composto da astrofili, tecnologi, scienziati e perché no... ufologi.

La rete italiana IMTN attualmente è costituita da 20 stazioni dotate di videocamere, tra le quali due realizzate da ufologi.

Si deve tuttavia evidenziare che questa rete ottica sul territorio nazionale non è ancora pronta a prestare attenzione ad eventuali fenomeni Ufo.
In effetti gli astrofili sono in generale molto scettici vero il tema degli Ufo, probabilmente in ragione del fatto che, troppo facilmente, l'Ufo è associato senza spirito critico alle visite extraterrestri e ai dischi volanti.
Al contrario, all'interno del gruppo IMTN ci sono stati alcuni rari casi di non-identificato che hanno aperto delle piccole discussioni all'interno della mailing-list ( ma a nostro avviso tutti questi casi, assai limitati in numero hanno una spiegazione banale)14.

Strumenti, possibilità, analisi e miglioramenti nel prossimo futuro
Il progetto SOSO, dopo questa prima fase iniziale, ha avuto una seconda tappa nel suo sviluppo: l'istallazione accanto alla videocamera di una strumentazione VLF/ULF per la registrazione 24 ore su 24, di segnali nella banda al di sotto dei 22 Khz.
Questi ricevitori, in particolare grazie al lavoro di Massimo Silvestri e di Jader Monari, e al supporto esterno di Renato Romero, sono collegati al sistema di rilevamento ottico di SOSO.
Questo ci ha permesso, nel caso di un allarme (bolide o sprite), di verificare se esistesse una traccia nel campo radio.

Da più di un anno, il sistema SOSO è stato trasferito presso i Radiotelescopi di Medicina.

Disponiamo attualmente di due videocamere Mintron, la prima che opera con Motion-Linux e la seconda con Windows-Ufocapture (quest'ultima dotata di un sistema mobile track che si orienta automaticamente in direzione delle celle temporalesche).
Queste videocamere funzionano assieme ad un sistema composto da: un ricevitore ULFO (da 0 a 25 hz), un ricevitore VLF (da 0 a 20 Khz), e infine un analizzatore di spettro (da 0 a 3 Ghz). Quest'ultimo è in fase di attivazione. 

Pure una piccola centrale meteo è attualmente attiva.

Da circa un anno, la stazione Blue Box a Hessdalen è collegata a un computer dotato della stessa gestione di SOSO, che permette di catturare una sequenza video in caso di allarme.
L'analisi delle variazioni intervenute sull'immagine è svolta da Strand in collaborazione con l'Italia.

Sfortunatamente, la videocamera installata sulla Blue Box non è una Mintron e non ha le qualità di una videocamera di tipo astronomico. Mostra dunque diversi inconvenienti, in particolare nelle riprese di sequenze video notturne.

Ultimamente, il gruppo di astrofili denominato Gapers (di San Giovanni in Persiceto, Bologna, Italia) diretto dal fisico Romano Serra (che ha partecipato a diverse missioni ad Hessdalen) ha cominciato un'ulteriore ricerca per comprendere i mini-flashes osservati e registrati ad Hessdalen nel 2003.
Serra ha otturato la videocamera del loro sistema Mintron/Ufocapture e sta ora studiando le tracce delle scintille luminose lasciate sul CCD della videocamera per via dell'iterazione tra raggi gamma e muoni (che spesso catturiamo durante le sessioni notturne).

Nonostante quei mini-flashes siano stati osservati anche ad occhio nudo dagli astrofili del gruppo di Zanotti ( e Serra), a Hessdalen nel 2003, lo studio di Serra potrebbe avere un certo peso sulla nostra ricerca poiché potrebbe confermare l'esistenza di un fenomeno esterno ed il suo funzionamento. 

A tale proposito, Serra e Monari hanno sviluppato un'ipotesi elettrochimica direttamente legata alle caratteristiche geo-fisiche di Hessdalen riguardo la quale si stanno attuando ulteriori verifiche in laboratorio.

Ancora: una volta sviluppate tutte le analisi nella gamma del visibile e le loro possibili correlazioni (VLF, ULF, et.), si considera possibile e utile un'analisi degli infrasuoni e dell'infrarosso (con una telecamera Flir), nella fase che precede e quella che segue i fenomeni luminosi per comprendere la persistenza dell'evento ed il suo funzionamento.

Infine, tutti i tests realizzati con le videocamere e gli strumenti radio del progetto SOSO attuale sono destinati a acquisire una conoscenza da trasferire in Norvegia (o in altri luoghi), allorquando i mezzi finanziarii lo permetteranno, insieme ad altri strumenti che sono in fase di sviluppo da parte di Montebugnoli e Monari dei radiotelescopi di Medicina (nel quadro delle loro conoscenze in campo radioastronomico).

SOSO e gli Ufo
I nostri strumenti riescono dunque a catturare agevolmente degli eventi rapidi e random come i bolidi e i TLEs, ma apparentemente non catturano dei fenomeni non-identificati.
In altre parole, perché non filmiamo degli Ufo?

Piuttosto che affermare semplicisticamente che i testimoni sono dei cattivi osservatori, dei non-esperti, o delle vittime di errori percettivi, tendiamo a pensare che commettiamo errori nel nostro monitoraggio strumentale del cielo; in tal senso :

a) i nostri strumenti puntano nelle direzione sbagliata del cielo, in particolare nella direzione dei temporali al fine di rilevare dei TLEs: i fenomeni non-identificati come quelli che cerchiamo di rintracciare non sono per forza visibili all'altezza dei temporali;

b) i nostri strumenti o i nostri programmi software sono più adatti a certi tipi di fenomeni che non ad altri;

c) le nostre telecamere puntano verso l'alta atmosfera, mentre i non-identificati potrebbero essere un fenomeno che si sviluppa più facilmente nella bassa atmosfera, o anche a livello del suolo;

d) forse esistono dei “siti ricorrenti” vale a dire dei luoghi dove certi fenomeni non-identificati sono favoriti da condizioni specifiche (come potrebbe essere il caso nel sito di Hessdalen); a favore di questa ipotesi c'è questo primo studio di Serra e Monari che identifica nella configurazione del terreno di Hessdalen una sorta di batteria naturale 15.

e) esistono degli altri impedimenti che non riusciamo a discernere a causa dei quali i nostri strumenti sono ciechi di fronte agli Ufo.

Conclusione
La ricerca strumentale del non-identificato non ci condurrà, forse, alla soluzione dell'enigma Ufo o a comprendere le “luci di Hessdalen”, ma è certo che c'é ancora un enorme lavoro da svolgere.

Attraverso la ricerca strumentale del non-identificato, che si incrocia facilmente con la ricerca più generale sui Fenomeni Luminosi in Atmosfera, si potranno fare delle scoperte su fenomeni ancora alla frontiera della scienza come quelli “quasi-identificati”, vedi il fulmine globulare, e può darsi anche riguardo fenomeni “identificati” come i TLEs.

Ma tutto ciò, ancor che il rinforzarsi di una collaborazione tra ufologi, astrofili e scienziati sia auspicabile, supera quel po' di energie organizzative e finanziarie di un piccolo gruppo come il CIPH.

Un tale sforzo necessita di una collaborazione più ampia (a livello europeo) e di nuove risorse umane che si integrino e che rafforzino la situazione esistente.
Dopo la lunga storia degli Ufo (e più in particolare quella delle “luci di Hessdalen” e del lavoro svolto dal Project Hessdalen) è difficile poter pensare che esista una sola soluzione ai problemi posti dai testimoni Ufo, capace di dare rapidamente una risposta strumentale.

In ogni caso noi ci aspettiamo che le prossime tappe della ricerca scientifica in questo campo siano estremamente interessanti.


Ringraziamenti
Si ringrazia il Project Hessdalen (http://www.hessdalen.org/), ed in particolar modo Erling Strand e Bjorn G. Hauge.
Un ringraziamento particolare a Renato Romero [http://www.vlf.it] que a partire dal 2005 collabora per la parte radio con il nostro comitato: [http://www.itacomm.net/PH/27_Romero&Monari_it.pdf].
E ancora allo scienziato Enrico Arnone che fin dai primi passi del Progetto SOSO, ci ha sostenuto anche se portavamo il marchio di ufologi.
Infine il sociologo Pierre Lagrange per tutta la sua attenzione al nostro lavoro.

Note
1 Ailleris Philippe, “The lure of local SETI: Fifty years of field experiments”, riv. Acta Astronautica, 2010.
2 Rutledge D. Harley, “The first Scientific Study of UFO Phenomena”, Prentice-Hall, 1981.
3 Grassino Gian Paolo e Al., UFO e ufologia. La guida del Centro Italiano Studi Ufologici”, Edizioni UPIAR, 2007.
4 Lagrange Pierre, “Reprendre à Zéro, riv. Inforspace, n.100, 2000.
6 Vedi inchiesta dell'associazione UFO-Norge del 18 maggio 1982 (fonte Erling Strand).
7 Il sito internet del Progetto SOSO: http://www.ciph-soso.net/SOSO/HomePage.html
8 Westrum Ron, “Hidden Events and Closed Minds: The Case of Battered Children”, EDGESCIENCE n. 8, 2011
9   Volta Alessandro, "Lettere del signor don Alessandro Volta sull'aria infiammabile nativa delle paludi", 1777.
10 Priestley Joseph, “Experiments and Observations on Different Kinds of Air”, 1775.
11 Corliss R.William, “Lightning, Auroras, Nocturnal Lights, and Related Luminous Phenomena”, 1982.
12 Esiste di recente il caso di “serendipity” del « fulmine globulare » catturato accidentalmente durante un temporale , quest'anno in Cina : Y. Chen, P Yuan, S. Xue, « Observation of the Optical and Spectral Characteristics of Ball Lightning », Physical Review Letter, 2014.
Fonte : http://physics.aps.org/articles/v7/5. [L'affermazione della mancanza di immagine scientifica è vera fino alla data del workshop Caipan 14, poiché in quell'occasione a porte chiuse l'astronomo Piccoli, de « Le Laboratoire de la Foudre » ha anticipato la registrazione del fulmine globulare da parte della loro equipe, NdA].
13 Questo primo sprite è visibile sul nostro sito web alla URL:
Dopo questo evento siamo in contatto con la rete di scienziati europei che studiano i TLEs:
14Si possono trovare questi casi insoliti sulla mailing-list del IMTN: http://meteore.forumattivo.com/f50-eventi.insoliti-riprese-video
15Vedi il loro articolo alla URL: http://www.itacomm.net/PH/2013_Monari_et-al.pdf

 

giovedì 24 luglio 2014

Parigi, 8 e 9 luglio 14. COSA HO IMPARATO AL CAIPAN 14

Due giorni intensi e interessanti, per fare lo stato dell'arte
l'8 e il 9 luglio 2014, presso il CNES di Parigi, si è tenuto il primo workshop organizzato dal Geipan francese, l'unico ente governativo mondiale ad occuparsi di testimonianze Ufo: il Caipan-14 .
Si è trattato di un convegno a porte chiuse, con più di cento partecipanti da tutto il mondo e una trentina di relatori.
La prima giornata era dedicata alle "metodologie di inchiesta sul terreno" e alla "elaborazione di standard descrittivi dei casi di osservazione".
La seconda era divisa tra "osservazione sistematica del cielo" e "aspetti psicologici delle testimonianze".
A queste due intense giornate che il famoso ufologo Jacques Vallée ha definito "un sogno che si realizza", ho avuto l'onore di partecipare a nome del comitato CIPH con una presentazione intitolata "Le implicazioni della ricerca strumentale del non-identificato" dove ho parlato della nostra esperienza dal 2000 fino al Progetto SOSO, e della filosofia seguita nella ricerca sui Fenomeni Luminosi in Atmosfera.

Ma non è su questo nostro intervento che voglio soffermarmi (magari prima o poi lo tradurrò in italiano e sarà l'occasione).

Lo strumentale come modalità ragionevole di vivere i dubbi in campo ufologico
Vorrei piuttosto raccontare in breve l'impressione forte durante questa due-giorni di aver imparato cose interessanti, e la sensazione che potrebbero avere ricadute positive nel nostro lavoro nell'ambito dei fenomeni Luminosi in Atmosfera.
Credo che in questa fase dell'ufologia sia soprattutto importante affermare che credenza e scetticismo possono convivere, invece che restare nel dibattito sterile di questi anni.
E, forse il Caipan14 indica anche una via anche in tal senso.
Quanto alla strada che il nostro comitato ha scelto, lo strumentale, non deve sembrare come un semplice percorso razionale dopodiché tutto diventa più chiaro e scientifico; lo strumentale a nostro parere è la sola via che ci permette di fare qualcosa nell'ambito della ricerca Ufo, senza dover restare alla semplice accettazione (o negazione) della testimonianza.
Intanto, al di là delle scelte personali, degli orientamenti, delle idee da mettere in pratica, che fare del testimone? Forse c'è un punto di incontro tra l'interesse focalizzato sulla sola testimonianza e quello investito sulla ricerca strumentale.
Sembra di poter dire, dopo questo Caipan14 che anche la testimonianza è sempre più costruita con strumenti, poiché l'ambito tecnologico è sempre più intersecato a quello semplicemente umano e percettivo.
Spero nelle prossime righe di riuscire a precisare questa impressione che la testimonianza Ufo non è più solo e semplicemente un racconto orale, di fronte al quale fermarsi inermi.

Che testimone è il pilota
Ogni volta che mi è capitato di ascoltare Richard F. Haines mi ha sempre sorpreso la sua calma e precisione nell'esporre le sue complesse indagini sui piloti (vedi:  http://narcap.org/Technical_Reports.html ).
Haines ritiene che il pilota, data la sua esperienza specifica e la sua capacità di riconoscere altri oggetti e velivoli in cielo (ivi compresi in certi casi i droni militari), sia un testimone ottimale, decisamente superiore in esperienza alla media dei testimoni occasionali Ufo.
Alla base del suo ragionamento c'è un certo ottimismo sulle capacità del testimone-pilota di riconoscere qualsiasi cosa nel cielo, ma è abbastanza assodato che le loro testimonianze, così difficili da raccogliere per il timore degli stessi di essere ridicolizzati o allontanati dal proprio lavoro, sembrano disporre di qualcosa in più a livello di certi dettagli.
C'è questa situazione di spazio limitato di visibilità del pilota al di fuori della sua cabina che sembra quasi delimitare come in un quadro ciò che sta osservando, in aggiunta alla sua capacità tecnica di collocare l'oggetto nel cielo e descriverne forma e comportamento, e fare di questo tipo di avvistamenti una posizione privilegiata.
Le ricostruzioni in 3d se non addirittura quelle messe in atto con il simulatore di volo, presenti nel lavoro pluriennale di Haines, danno l'impressione di poter estrarre una mole superiore di dati rispetto alle indagini ufologiche più ordinarie.

La fragilità della testimonianza è un dato di fatto insormontabile?
Come accennavo l'impressione è che la raccolta dalla testimonianza si stia trasformando e passando da una analisi di tipo semplicemente psicologico e “sociologico” a qualcosa di più complesso in cui è difficile separare il testimone dalla tecnoscienza che sempre più lo circonda in forma di “oggetti-sensori” che possono interagire con lui (penso ad esempio all'iPhone e a certe applicazioni che possono stabilire la rotta e il tipo di aereo semplicemente puntandolo).
Questa sensazione è stata rafforzata dalle argomentazioni svolte da un inquirente del Geipan, Gilles Munsch (ve ne sono una ventina di addestrati che collaborano con l'ente francese).
Munsch parla di tre modelli di indagine Ufo che vedono interagire in diverso modo inquirenti-testimoni-esperti. Il modello tradizionale dove inquirente ed esperto sono figure abbastanza separate tra loro, mentre nel modello attuale, moderno, le due figure sono strettamente fuse e in sinergia.
Munsch profila anche un imminente modello “futurista” dove dei “sensori” sempre più tecnologici e a basso costo interagiscono con il testimone.
Mi pare che nelel sue parole sia presente la fine di una discrasia che voleva l'attenzione verso il testimone come “vera ufologia” opposta alla “ufologia strumentale” che sembrava invece trascurare il testimone.

Le analisi fotografiche: grandi passi in avanti
Credo si debba porre un certo rilievo ad interventi che hanno sottolineato come l'era digitale permetta commenti tecnici e risultati anche su materiale fotografico datato, sul quale non si era riusciti a stabilire una conclusione in modo irrefutabile.
E' l'esempio del gruppo tecnico-informatico IPACO diretto da Francois Louange, da tempo esperto del Geipan.
Riuscire a trovare la traccia di un filo di sospensione in una vecchia foto di “disco volante” senza neanche avere a disposizione la pellicola originale, sembra un'impresa “ a prima vista” impossibile, così come stabilire se i punti rossi di una foto possono con forte probabilità essere considerati lanterne cinesi, oppure se delle luci di una fotografia del cielo sono riflessi di luci nel paesaggio all'interno delle lenti...
La sofisticazione di questo tipo di analisi digitali, ci fa considerare che, se prima una foto occasionale di Ufo non ha mai potuto assurgere a status di prova scientifica, ora siamo in presenza di un dato, certo isolato, ma che ha la possibilità di parlarci in modo scientifico.

Quello che ho capito della catalogazione della casistica
Un problema permanente dell'ufologia sembra essere la raccolta e la catalogazione delle testimonianze. Come raccogliere?
Qui mi pare che il Geipan agisca nel senso responsabile di rendere disponibile nel modo più semplice possibile tutta la casistica (francese).
Più in generale siamo comunque lontani da un modo di condivisione standard dei dati da parte di tutta la collettività ufologica.
La domanda successiva comunque è : fare cosa di questi dati?
Jean-Pierre Rospars ha presentato una serie di dati statistici (su una casistica un po' datata) che sembrano confermare alcune “leggi” dei grandi numeri del passato degli studi sugli Ufo: maggiore casistica nei luoghi scarsamente popolati e nelle ore notturne, etc. in apparente contro-logica con quelle che sarebbero le aspettative. Anche se non credo che questo tipo di statistiche ci possano portare molto lontano, è preferibile che con questa mole di dati testimoniali si provi a fare qualcosa, piuttosto che lasciarli dormire in un cassetto/schedario.
Mi sembra poi che vi siano due tendenze diverse sulla casistica: la tendenza degli ufologi e quella di scienziati e tecnologi.
Gli ufologi mettono in campo analisi costi-benefici per dimostrare come sia utile trattenere tutto all'interno della loro catalogazione onnicomprensiva (Edoardo Russo, Cisu), mentre i tecno-scienziati hanno tendenza a separare rumore-segnale (Strand, Project Hessdalen, Massimo Teodorani, astrofisico, etc.).
Mi domando se non sia possibile trovare soluzioni tecnico-informatiche per tenere insieme queste due esigenze apparentemente contrapposte, come sembra di capire dalla relazione di Jean-Marc Wattecamps (Cobeps) e da un intervento di Jerome Beau, durante il dibattito.
A latere di questo discorso mi sembrerebbe importante non trascurare l'indagine sul testimone anche in quei luoghi dove vengono collocati degli strumenti.

Un ampio spazio del workshop dedicato all'osservazione strumentale
Sinceramente non mi aspettavo che un così ampio spazio venisse dedicato alla pressoché ignorata branca minoritaria dell'ufologia: gli strumentalisti (come sono stati definiti talvolta).
Questo mostra una sensibilità controtendenza del Geipan, anche rispetto alla sua attività storica che lo ha sempre visto impegnato sulla sola testimonianza.
Benché la missione del Geipan di Passot non sia e non possa essere quella di mettere in campo strumentazione e ricerca sul terreno, è evidente che questo ente stia facendo di tutto per facilitare il colloquio tra scienziati e studiosi interessati all'argomento.
Interessante in tal senso il progetto FRIPON per l'installazione futura di cento telecamere sul territorio francese.
Quanto alla relazione sul Fulmine Globulare fatta da Raymond Piccoli e da un suo collaboratore Philippe Ollier, entrambi del Le laboratoire de la Foudre”, ne sono rimasto decisamente impressionato.
Sembra di poter dire che finalmente, dopo centinaia di anni, il fulmine globulare è un “identificato” con prove fotografiche scientifiche, vale a dire con un lavoro di ricerca continuativo.
Ora è evidente che non sappiamo ancora molto del fulmine globulare (o dei tre tipi di fulmini globulari secondo la classificazione delle testimonianze messa in atto da Le laboratoire de la Foudre”) e quindi un fenomeno identificato ma incompreso.
Il fatto è che, come ci ha illustrato Piccoli, questa “incomprensione” riguarda anche aspetti per così dire “banali” del più noto fulmine ordinario.
E' evidente che tutte queste riflessioni, hanno una incidenza anche su eventuali fenomeni non-identificati che restano sotto l'etichetta generale di Ufo o, se preferite, di PAN.
La ricerca trentennale del Project Hessdalen ci dice che al di là della scarsità di dati raccolti c'è ancora molto da fare per tentare di grattare la superficie della non-identificabilità delle cosiddette Luci di Hessdalen e di altre Earthlights.
Le relazioni di Strand e di Teodorani, pongono più domande che risposte, più dubbi che soluzioni, e non credo che sia una critica affermare che siamo ancora in una fase pionieristica della ricerca strumentale nelle cosiddette zone di ricorrenza.
Quanto ai progetti di monitoraggio del cielo in essere e in particolare all'esposizione di Philippe Ailleris, mi riserverei di ritornare su questi punti importanti con più attenzione in futuro.

Meno psicologia e più fenomenologia
La parte conclusiva delle due giornate si è chiusa sugli aspetti psicologici del testimone, e devo dire che pur riconoscendo importanza a questo punto sono sempre meno appassionato agli errori percettivi e delle possibili allucinazioni... fantascientifizzate del testimone.
L'esposizione di Thomas Rabeyron, non mi sembra aver portato particolari novità sull'argomento, mentre sono sempre più d'accordo con Pierre Lagrange sul fatto che non si debba considerare il testimone Ufo come una persona diversa dalle altre solo perché posto di fronte a qualcosa che non comprende.
Quindi l'obiettivo è mettere in atto meno psicologia e più strumenti nuovi con i quali far interagire il testimone, come ad esempio il sistema informatico Ufo@home ideato da Jerome Beau, che è un sistema che funziona come un identikit al fine di meglio descrivere l'Ufo/Pan senza bisogno di ricorso alle parole, ma scegliendo tra una serie di immagini in un contesto ricostruito della zona dell'avvistamento.
Durante il dibattito Jacques Py, che aveva trattato nella prima giornata dei metodi di inchiesta per la raccolta delle testimonianze, a mostrato seri dubbi su un sistema che in quanto identikit non si è dimostrato molto performante nei casi di polizia investigativa.
Io credo che finalizzare progetti quali l'Ufo@home di Beau, e soprattutto testarli sul terreno, potrebbe darci qualche informazione in un senso o nell'altro, e comunque sarebbe un passo in avanti sullo studio della percezione dei testimoni Ufo.
Quanto alla relazione di Jean Michel Abrassart sull'influenza della cultura nelle osservazioni di Ufo, devo dire che raramente ho ascoltato cose più banali, che mi hanno fatto rimpiangere le riflessioni passate di Bertrand Meheust sull'argomento.
Dubito sempre quando in una relazione dove presenti una ipotesi non viene espresso nessun dubbio o problema da risolvere, anzi è proprio in quel caso che ho la prova certa di essere di fronte ad un tipo di credenza cieca (che si vuole razionale).
Come dicevo nelle prime righe di questa breve sintesi , forse è l'ora di ritrovare un modo per tenere insieme credenza e scetticismo in questa difficile ricerca.

La conclusione del convegno
Infine dovremo riflettere con più calma anche sui temi evocati dalla sintesi conclusiva svolta da Jacques Vallée (il suo intervento è da rileggere e studiare con grande attenzione), da B. Meheust (che in sintesi ci spinge a fare delle scelte nuove, come avvenuto in altri campi di confine), dal responsabile etico del CNES, Jacques Arnould (che ha parlato di responsabilità pubblica , ma anche di noi privati sul tema Ufo) e infine da Ron Westrum (che ha spiegato le caratteristiche sociali degli “eventi nascosti”).
Presto saranno pubblici i Proceedings di questo Caipan14, e mi auguro che possano essere utili alle future ricerche sui fenomeni non-identificati.
A suivre.









martedì 6 maggio 2014

Maggio 2014- IN PASSATO LA TERRA POTREBBE AVER ASSUNTO VITAMINA B3 DALLO SPAZIO


Il questi giorni è passata pressoché indiscussa al grande pubblico una notizia che mi sembra essere anche più importante della possibile esistenza in passato di acqua su Marte, piuttosto che il possibile ritrovamento su qualche satellite all'interno del nostro sistema solare.
Molto interesse ad es. era stato dato dal pubblico alla avvenuta scoperta dell'ennesimo pianeta "abitabile", di una lunga lista, stavolta il più simile alla Terra fino ad ora identificato, ma poco clamore ha fatto la notizia che la vitamina B3 è stata ritrovata all'interno di meteoriti.
Questo ritrovamento da parte di uno studio della NASA  sembra essere molto più un fatto scientifico (a proposito di possibile vita nell'universo) rispetto alle due ipotesi qui citate.
Un passo indietro: nel 1911, il chimico polacco Casimir Funk definisce  il termine di "vitamina", che in poco tempo diviene un termine popolare che va ben oltre il campo scientifico; la vitamina o "ammina vitale" è il composto organico che "porta la vita".
Funk affermò il ruolo determinate della vitamina nello sviluppo degli organismi viventi.
Lo studio della NASA fa supporre che la vita possa essere arrivata dallo spazio attraverso le vitamine contenute in meteoriti, in particolare la vitamina B3 è quella che  i ricercatori hanno  ricercato in questo caso.
Karen Smith parla di questa ricerca in un articolo pubblicato in questi giorni sulla rivista Geochimica et Cosmochimica Acta.
Già nel 2001 un altro studio aveva  individuato la vitamina B3 in meteoriti, ma in questa ultima ricerca sembra che siano stati fatti importanti passi in avanti per poter provare che la vita può essere giunta dallo spazio.


[Fonte: http://www.media.inaf.it/2014/04/18/vitamine-spaziali/ 
L'articolo di Karen Smith et Al. è disponibile alla URL: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0016703714002233 ]

lunedì 5 maggio 2014

1-3- maggio 2014- IL “LABORATORIO DEL VUOTO”: LO “STUPOR” OLTRE E AL DI LA’ DELLA “CAPACITA’ NEGATIVA”

[di Paolo Fiorino]



Un carabiniere sta per tornare in caserma, attraversa con l’auto l’ultimo semaforo verde, è contento della giornata. Ad un certo punto sente un botto: bum! Inchioda, apre la portiera, scende e vede che c’è un cinese a terra con la bocca aperta e gli occhi chiusi. C’è un cinese in coma. Improvvisamente incomincia ad urlare: “Aiuto! Aiuto! Chiamate l’ambulanza per piacere… Avete visto tutti quanti che è passato con il rosso, vero?”.
Intanto giunge l’ambulanza, carica il cinese, lo porta al Pronto Soccorso e da lì va a finire in rianimazione. Per sette giorni il povero carabiniere rimane fuori dalla rianimazione aspettando che il cinese riapra gli occhi e racconti la verità. La sera del settimo giorno finalmente il cinese si sveglia e apre gli occhi. Il carabiniere se ne frega della mascherina e tutto, si accosta al cinese e gli dice: “Ciné, ciné, dì la verità. Di a tutti quanti che sei passato con il rosso. Ti prego. Ti scongiuro. Altrimenti sono rovinato!”.
Il cinese con un po’ di voce gli fa: “In cu uai i ciò”. Ma che significa in cu uai i ciò? Qualcuno conosce il cinese? Nessuno conosce il cinese.
No, ridillo bene. Dillo con calma perché non si è capito bene. Dillo con calma”. Il cinese con voce più flebile fa: “In cu uai i ciò”. “In cu uai i ciò? Non ti ho capito! Dillo un pochino più lento, per favore. Dai, famme capì”. E il cinese con un filino di voce fa: “In cu uai i ciò”. Pum! Flette la testa e muore.
Il carabiniere si mette le mani nei capelli: “Oddio, son rovinato! Oddio, son rovinato! Che vorrà dire in cu uai i ciò?”
Esce fuori dall’ospedale. Disperato si vorrebbe gettare nel fiume. Poi a un certo punto, da lontano, vede un ristorante cinese. E allora che fa? Imbuca dentro, si infila nelle cucine, prende il cuoco e gli dice: “Senti un po’, che vuol dire in cu uai i ciò?”. Allora il cuoco cinese fa: “Strana frase!”. “Strana perché? Che vuol dire, che sono passato con il rosso?”. “Strana frase perché significa: leva il tuo piede da tubo di mio ossigeno”.

Questa barzelletta – che raccontata ha ovviamente tutt’altra resa - funge da finale a un film del 2000, “C’era una volta un cinese”, che vede come attori Carlo Verdone e Beppe Fiorello.

Protagonista il solito povero carabiniere e una parafrasi sulla verità, sulle risposte vere che continuamente ricerchiamo (la “pistola fumante”). Senza accorgerci che le abbiamo, forse, a portata di mano. Come il tubo dell’ossigeno sotto i piedi. Calpestato e reso non funzionale. Tutti presi come siamo ad inseguire le nostre convinzioni, i nostri desideri, le nostre ansie e paure. Quella “realtà” che vorremmo a nostra immagine e somiglianza. Ciò che vorremmo che fosse ma tale non è. La risposta ci sfugge o non ci soddisfa. Perché rivolgiamo lo sguardo altrove. Verso altro. Proiettandone i nostri assoluti, i nostri desideri e i nostri pregiudizi. Al punto da non vederecapire. Limitando la nostra capacità riflessiva e di osservazione, biasimando nel contempo l’apparente incomunicabilità, da cui deriva l’incomprensibilità, che ci attanaglia. Tutti proiettati verso le nostre personali attese e convinzioni. Nebbia che ci avvolge. Anche noi spesso siamo dei poveri ufologi.

Quando ho girato su Facebook le mie riflessioni relative all’accettazione del “vuoto/insaturo” (la “capacità negativa”) alcuni ex ufologi compagni di cordata che si sono fermati al campo base, in riferimento a quanto scritto hanno commentato che pur tollerando la mancanza di senso, sono giunti a conclusioni opposte ed hanno rinunciato a proseguire nella ricerca e nella raccolta dei dati, ritenendoli privi di qualsivoglia oggettività. Di fatto una rassegnazione all’inefficacia e all’insondabilità del fenomeno UFO. Mi sovviene alla mente quanto mi disse Igino Gatti il quale, oltre che militare della nostra Aeronautica e uomo dei Servizi, è stato un apprezzato “ufologo” (il “collegio invisibile” italiano dai più non conosciuto). Rivedendo il suo passato con nostalgia e nel contempo rivivendo con amarezza l’impotenza del suo percorso, mi invitava caldamente a “lasciare tutto” e a “non perdere inutilmente il mio prezioso tempo”. Così non è stato e non è.



Scrive Aldo Nove nel suo recente romanzo dedicato a San Francesco di Assisi, “Tutta la luce del mondo” (Bompiani, 2014): “Nel Medioevo tutto era stupendo. Nel senso che era pieno di stupore. E c’erano i miracoli, e le cose non erano semplici cose, e l’acqua non era acqua solamente, e il cielo era un po’ più del cielo” (pag. 11).

Ed ancora: “Non era tutto quello che si vedeva reale, e tutto quello che era invece invisibile a volte era più forte di qualunque evidenza. Il Medioevo era spirituale. In ogni cosa c’era qualcos’altro, e rimandava dritto all’universo” (pag. 13).



Stupendo… senso… miracoli… cose che non erano semplici cose… il di più… reale… non reale… visibile e invisibile… lo spirituale… l’evidenza… il qualcos’altro… Ognuna di queste parole rimanda ad un’infinità di possibilità. E, nel contempo, può farci percepire il niente. Inteso come nulla. Un nulla inconsistente. O, meglio, il “vuoto”. O il “tutto”. Dipende dai punti di vista. Dal nostro punto di osservazione. Faro o torre che sia. Con il rischio di diventare dei demolitori. Degli sfasciacarrozze. Dei credenti all’inverso ma pur sempre tali. O degli affabulatori. Degli ingenui o superbi ignoranti pronti a dare tutto per vero. Autentico. Reale. Perché viene meno lo stupore (lo “stupor”) inteso come senso di grande meraviglia che colpisce e lascia attoniti. Da non confondere con lo stupore quale condizione in cui l’individuo appare insensibile agli stimoli e dimostra perdita dell’orientamento con attività molto limitata. Un po’ come il perdersi nella nebbia in montagna: solo a chi gli è capitato può comprendere lo stato in cui ci si viene a trovare. Dove la calma, se è il caso l’attesa, deve prevalere sull’affanno. Unitamente all’orientamento. Che non viene da sé ma si modella e costruisce. In questo deve consistere il progredire e il perseverare nella conoscenza in qualsiasi ambito di ricerca. Le domande sono tali perché abbiano una risposta. O più risposte. Tutta l’esistenza, a mio modesto avviso, non può quindi fare a meno della “capacità negativa”.

Mi ha fatto molto riflettere, a questo proposito, quanto Paolo Berizzi ha scritto sul cosiddetto “giallo di Brembate” (ovvero l’assassinio della tredicenne Yara Gamirasio) su La Repubblica dell’11 aprile 2014. Il corpo fu ritrovato a Chignolo d’Adda (BG) proprio nei pressi della località (Chignolo d’Isola) dove nel 1973 vi fu un (di fatto non) atterraggio UFO che tanto clamore fece all’epoca (io ero proprio all’inizio del mio interesse per l’argomento). Non ritenetemi blasfemo: non voglio affatto porre in atto delle correlazioni fra i due eventi e me ne guarderei bene. Lo spunto è un altro e mi viene dato da quanto dichiarato dall’”uomo” (rimasto nell’anonimato) che “dà la caccia all’assassino di Yara”. Anche lui, al momento, “ignoto”. Come l’assassino che ormai, paradossalmente, si sa chi è ma non lo si conosce: il probabile figlio illegittimo di tale Giuseppe Guerinoni, un autista morto nel 1999 a 61 anni dopo avere “contribuito” con uno spruzzo contenente qualche spermatozoo giunto all’obiettivo alla sua nascita, come si è stabilito tramite analisi comparate del DNA (nell’insieme i test effettuati sono stati ben 18 mila!).

Per ora il figlio è soltanto un topo di laboratorio. La scienza ci ha portati a un punto fermo, e va bene. Ma adesso la palla torna in mano all’uomo. E all’uomo è come se gli avessero detto: “Guarda, cerca, trova, però devi arrangiarti senza le lenti…”.

E ora se qualcuno, anzi qualcuna, sa questa è solo la madre che oggi dovrebbe avere teoricamente una settantina d’anni. Sempre che sia ancora via.

Abbiamo setacciato interi paesi. Tra gli oltre 15 mila incroci generici ne abbiamo monitorati centinaia appartenenti a donne compatibili con la “cornice”. In tre anni e mezzo abbiamo ricostruito vite, alberi genealogici, deviazioni cercando di non lasciare niente al caso.

In altre parole i segugi sulle tracce di “Ignoto 1” (che a tutti gli effetti si paventa come personaggio reale) hanno imparato a lavorare al buio, infilato strade nel vuoto (“ogni indagine se ne porta dietro”) e ceduto a “incastri” troppo facili. Poi un bagliore sorge. Traccia di DNA maschile sugli slip di Yara: Gorno, Guerinoni. La svolta è il profilo di un cliente della discoteca “Sabbie-Mobili” di Chignolo d’Isola, 50 metri dal campo dove viene trovato il cadavere della ragazzina. E’ la “pista di Gorno”. La scienza dice che il nucleo famigliare di Guerinoni (sposato e padre di due figli) non c’entra niente. Balla un figlio illegittimo. Ora la conferma dalle provette: sì. Un figlio fuori dal matrimonio. Fuori anche, forse, dalla consapevolezza del padre. Chi è la mamma? Un amante? Una prostituta? E lui, il Killer, sapeva di essere figlio di Guerinoni, o lo scopre solo adesso?

Ragiona l’uomo che partecipa alle indagini coordinate dal pm Letizia Ruggeri: Se prima della “svolta” lavoravamo al buio con lenti capaci di illuminare anche il più piccolo particolare, adesso abbiamo davanti uno spiraglio di luce ma, sembra un paradosso, è come se la cronologia ci privasse di quelle lenti. Faremo di tutto per arrivare al Killer, ma sappiamo che l’evidenza scientifica, visto lo scenario, rischia di non spostare un granché. Serve davvero un colpo di fortuna.

Commenta il giornalista: “Così il mistero di Brembate torna nelle mani dell’uomo” perché, paradossalmente, del killer si sa tutto tranne il nome. “Prova giudiziaria” e “definitiva conferma scientifica” inutilizzabili. Non a caso si parla di “illusione della speranza”. E la decisione di riaprire le indagini (il cui costo sfiora i tre milioni di euro) era stata vista come “l’ammissione di un fallimento e un primo segno di resa” al punto che “avevano consegnato la vicenda della ragazza di Brembate a una dimensione quasi metafisica”. Un “lavoro perfetto”, apparentemente “inutile”. Ovvero “un caso risolto” e simultaneamente “irrisolto”. Sappiamo com’è l’assassino, ma non sappiamo chi è (Il Giornale, 11 aprile 2014). I risultati raggiunti diventano una sorta di “aggravante” che “fa sembrare vicina la soluzione di un delitto angosciante per il vuoto che lo circonda ma si rivela invece una illusione ottica”. E con essi aumenta “la frustrazione di chi si sente così vicino e al tempo stesso così lontano dalla verità”.

“Un lavoro senza precedenti e senza risultati concreti”, dice il genetista Giorgio Portera, consulente della famiglia di Yara. Le indagini, si sono dimostrate simili a uno sbrogliare un’enorme matassa aggrovigliata tenendo in mano solo uno sfilacciato estremo del filo e proseguono perché l’apparente fallimento “è uno stimolo a riprovare, magari per fallire ancora, e poi riprovare nuovamente. Perché è giusto così” (Corriere della Sera, 11 aprile 2014).

Tale è, a mio avviso, lo scenario della ricerca (e non ricerca, che è tanta, anzi troppa) ufologica. E io ritengo che ogni arresa e resa debba essere evitata. Proprio perché è giusto così. Al di là dei mitomani, dei ciarlatani, dei creduloni-credenti, dei cospirazionismi, dei documenti anonimi, delle esilaranti (non) prove, della congiura del silenzio, dei patti scellerati, della (non) realtà aliena, dell’”oltre”, delle gole profonde, delle false piste, dell’apparente nulla di fatto, del vacuo, delle tante speranze subito evaporate. Nonostante studi, ricerche ed indagini inappropriate, impappinate, ingolfate, svagate e scalcagnate. Inesorabilmente tutte queste operazioni ricordano molto il grottesco modo di dire medico: l’intervento è perfettamente riuscito, il paziente è morto. Lavori validi ed intriganti. Nel contempo inconcludenti. Di qui l’inesorabile accettazione del vuoto insaturo inteso come capacità negativa.





LO SPAZIO DEL “NON ANCORA” E LA “CAPACITA’ NEGATIVA”

Ho “scoperto” Bion casualmente leggende l’avvincente romanzo “XY” di Sandro Veronesi (Fandango Libri, 2010).

Da quanto finora esposto ne consegue che serve ascolto (che non è solo l’udire), tempo per comprendere, accoglienza discreta e vigile per gli errori, in altre parole un atteggiamento di fondo connotato da un’autentica apertura alle possibilità del non-ancora.

E’ il poeta John Keats (1795-1821), al secolo William Hilton uno dei principali esponenti del romanticismo, che in una lettera datata 21 dicembre 1817 ai fratelli George e Thomas scrive: “Non ebbi una disputa, ma una disquisizione su vari soggetti; parecchie cose si sono biforcate nella mia mente e all’improvviso compresi quali qualità vadano a formare un uomo di successo. Intendo la capacità negativa, cioè quando un uomo sia capace di rimanere in incertezze, misteri, dubbi, senza lasciarsi andare a un’agitata ricerca di fatti e ragioni”.

Ora, nel nostro mondo occidentale razionale e concreto, per l’appunto frutto del positivismo, l’idea di qualcosa di negativo, fosse anche una capacità, è connotata subito con un’alzata di spalle lasciando l’interlocutore esterrefatto e perplesso. A mio avviso non si tratta tanto di un atteggiamento eccentrico e un po’ strambo, quanto di una proposta piuttosto radicale che vale la pena di focalizzare anche nel poliedrico fenomeno qual è quello ufologico per capire quanto il lavoro di ricerca ed analisi possa (ma forse sarebbe meglio dire, debba) essere profondamente trasformativo. Lo psicanalista Bion quando parla di “capacità negativa” rievoca quanto scritto da John Keats e, riferendosi all’ascolto dei pazienti in analisi (non a caso lavorò a lungo con psicotici gravi) arriva addirittura a parlare di “assenza di pensiero” in modo che le “non risposte” limitino la fuga in una relazione, nel nostro caso con il fenomeno UFO, che nel tempo può risultare estremamente faticosa e frustrante.

In modo analogo, seppure con sfumature differenti, in filosofia Edmund Husserl (1859-1938) parlava di “epochè”, una forma di sospensione del giudizio ovvero di ciò che già sappiamo, quindi il “pre-giudizio”. Questa posizione non è volta all’affermazione del dubbio ontologico degli scettici, bensì alla “messa in parentesi”. In contesto fenomenologico si tratta di un atteggiamento che mira a sospendere il giudizio sulle cose, in modo da permettere ai fenomeni che giungono a nostra conoscenza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta come se li si considerasse per la prima volta. In altre parole si tratta di imparare a reggere una sorta di “assenza” (di conoscenza, di chiarezza, di risposte).

Questa capacità tollera la decostruzione del già-saputo per trovarsi di fronte al non-sapere (o non-sapere ancora nel nostro caso) e sostarvi fino a quando spontaneamente si manifestino nuove possibilità di senso, fino allora insospettabili. E questo apre spazi nuovi in quanto “l’incapacità di tollerare uno spazio vuoto limita la quantità di spazio disponibile”. La capacità negativa dunque consente di prestare attenzione ad aspetti e a situazioni che altrimenti resterebbero trascurati. Spesso c’è più da indagare su ciò che viene taciuto o liquidato troppo in fretta come già fin troppo ovvio, sulla zona che tende a restare in ombra, nell’oscurità, su ciò che resta in forma di enigma, ancora senza risposta.

Ed ancora: questa capacità negativa potenzia quell’agire particolare che nasce dal “vuoto”, dalla perdita di senso e di ordine, e proprio per questo ha la potenzialità di generare nuovi mondi possibili. Una sorta di creatività che nasce dalla capacità di stare produttivamente nel disordine, nella mancanza, nell’”insaturo”.

Tra i “seven servants” del nostro cercare, individuiamo sei servitori onesti (chi, come, quando, dove, cosa e perché) e un servo che sospende il loro agire. Il settimo servo è appunto la “capacità negativa”, la capacità di mantenersi nell’incertezza nonostante le, a mio avviso supposte, certezze raggiunte. Il permanere il più a lungo possibile in uno stato mentale insaturo e polisenso (dreamlike, come in sogno) prima di riemergerne verso la realtà e la ragione (Agnese Galotti, “Senza memoria e senza desiderio”, “Individuazione”, Anno 17°, n. 61, luglio 2008).

Lo stesso cammino esplorativo sulla “capacità negativa”, da un’altra via, stavolta sociologica e politica, lo ha compiuto Roberto Unger, professore brasiliano che ha insegnato ad Harvard. L’angolatura che egli sviluppa è nella direzione del costruire schemi di un pensiero non ancorati a visioni preordinate. Il che, praticamente, a suo avviso consiste nell’aspettare con pazienza (non in maniera apatica o passiva) che si pervenga alla risposta giusta, senza andare nella direzione apparentemente più ovvia o più frequentata (qual è, in ufologia, l’ipotesi extraterrestre). Il che vuole anche significare sottrarsi alla pressione del risultato a tutti i costi (quale vorrebbe essere, da sempre, la cosiddetta “ufologia strumentale”) e nel contempo schivando la paura di sbagliare (solo chi non fa non sbaglia ma, paradossalmente, potrebbe sbagliare nel non fare), entrambe trappole che ci spingono a perseguire un risultato purchessia (quale per molti è la pubblicazione di uno o più “libri”) dimenticando che la crescita e l’apprendimento vero abitano nel processo. Nel continuo esplorare “mondi possibili” anche se all’apparenza “non reali”.

“Si tratta di imparare a restare aperti a quello che si presenta, mantenere una presenza mentale capace di tollerare l’assenza, il vuoto, il non compiuto, coltivare la fiducia che l’informe contenga la forma, sospendere il giudizio e soprattutto il pre-giudizio, sostare nel non-sapere, fino a quando si manifestano nuove possibilità di senso, dare attenzione a cose trascurate, alle zone d’ombra, restare produttivamente attenti anche nel disordine, pronti a sostenere il balzo creativo che ne nascerà” (Rosella de Leonibus, “Adulti e ragazzi, lo spazio del ‘non ancora’”, “Rocca”, n.22, 15 novembre 2013).

Anche nel “caos” c’è un “quid” in attesa di “essere ordinato”.





LO “STUPOR” COME ARTE DELL’APPRENDERE

E’ stata per me una gradita sorpresa il ritrovare nel libro di Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, “L’arte di stupire” (Sperling & Kupfer, 2014, pag. 33) il riferimento alla “capacità negativa”. Conosco ed apprezzo Mariano da diversi anni e la sua militanza nel CICAP non ha mai obnubilato in lui la sospensione del giudizio nonostante i risultati perseguiti e le “risposte” cui è giunto in diverse roccaforti del cosiddetto mistero. Rifacendosi proprio al poeta John Keats gli autori scrivono che l’uomo, per essere pienamente autentico, deve sviluppare la “capacità negativa”.

Ed ancora: “Esortando a un simile atteggiamento, lo scrittore inglese non incoraggiava l’ignoranza, ma esaltava i risultati creativi del mistero: resistere alla tentazione di trovare la scatola giusta e di approdare subito ad una risposta, consente di esplorare con più attenzione l’immensa rosa di soluzioni possibili, probabili, assurde o inconcepibili, che possono rivelarsi mattoni preziosi per creare qualcosa di novo ed originale”. E, a questo proposito, più volte viene rimarcata l’insostituibile necessità per l’uomo di stupirsi (lo “stupor”) e meravigliarsi (il “meraviglioso”). Da cui nasce il “fascinoso” che da sempre trae a se l’uomo. Tanto più se curioso ed aperto. Che ci deve portare a evitare di fuggire al non comprensibile, a ciò che ci sorprende, al “mistero”. Non a caso Flegonte di Tralle, un liberto greco alla corte di Roma, nel raccontare di spettri, mostri, cadaveri rianimati, oscure profezie scrisse un libro – purtroppo solo in parte giunto a noi e di recente riproposto (Einaudi, 2013) – dal titolo: “Il libro delle meraviglie”.

Jostein Gaarder, nel suo romanzo “Cosa c’è dietro le stelle?” ( Mondolibri, 1999,) narra la storia di due fratelli gemelli, Lik e Lak, abitanti in un paese “altro” di nome Sukhavati (nel grande Universo sulla pianura di Advaita). Questi (non) bimbi vivono la loro storia dentro una favola (che diventa reale allo stesso modo dei “compagni invisibili” dell’infanzia) e il loro “viaggio” avviene in una sorta di “sfera di cristallo”. Quando irrompono sulla Terra in un paese di nome Bergen diversi testimoni, fra cui alcuni agenti di polizia, li vedono rientrare nella “sfera” e scomparire con la stessa velocità con cui erano arrivati. Le indagini portano ad escludere, non viene specificato né il perché né il come, che si tratti di “una visita dallo spazio” e ritengono che l’episodio abbia qualcosa a che fare con un circo ungherese. Nel tentativo di afferrare l’inesplicabile si dice così che la gente aveva assistito a uno spettacolo di magia di cui nessuno era riuscito a scoprire il trucco e che forse erano stati utilizzati raggi laser. Sebbene qualcosa di simile era successo contemporaneamente anche a New York!

Ecco cosa scrive, nel merito, l’autore: “Qualcuno affermava che la sfera di cristallo era un disco volante giunto a Bergen da un altro sistema solare. Nessuno, comunque, era in grado di fornire una spiegazione convincente di quegli strani avvenimenti.

All’inizio, la faccenda occupò tutte le prime pagine dei giornali norvegesi e stranieri. Nei giorni immediatamente successivi arrivarono a Bergen giornalisti e inviati televisivi da tutto il mondo. Ma dato che non succedeva più nulla, la questione cadde presto nel dimenticatoio. Alla fine non ne rimase più traccia, proprio come era accaduto quando Lik e Lak erano scomparsi improvvisamente. Una notizia è infatti qualcosa di nuovo. Non appena comincia a diventare vecchia, perde ogni interesse e diventa una ‘vecchizia’. E’ davvero un peccato.

Era stato uno spettacolo davvero strano (lo stupore e la meraviglia, NdS) vedere Lik e Lak sospesi nell’aria in una sfera di cristallo a pochi metri da terra, nel bel mezzo del corso. Ma più una cosa è incomprensibile, più in fretta viene cancellata dalla memoria. Non ci piace continuare a rimuginare a lungo su qualcosa che non capiamo. Piuttosto è meglio dimenticare. Quando non si riesce a dare una risposta a una domanda difficile, le alternative sono due: o si rimane lì con aria ebete, oppure si gira la testa dall’altra parte e si fa finta di non aver sentito la domanda” (pp. 138.149).



Non può essere e quindi non è. Non è mai stato.

Come più volte ho scritto in questi ultimi anni il fenomeno UFO è degno di attenzione e rispetto anche se si hanno in mano prevalentemente “narrazioni”.

E, con esse, nonostante il continuo e per noi deludente evolversi delle stesse (i cari vecchi dischi volanti), lo stupore e la meraviglia.

Domande senza risposta.

Di recente Giancarlo D’Alessandro si è occupato di un’interessante osservazione di entità isolata (una di quelle su cui noi, vetero-ufologi, storciamo solitamente il naso).



In breve ecco il suo “report”:

Mi sono incontrato con X., testimone dell'IR3 (?) avvenuto in una cittadina del centro Italia. 
Ieri X. ha incontrato Angelo Ferlicca e Andrea Bovo, che hanno svolto sia l'intervista (con registrazione audio), sia il sopralluogo (con foto). Non ho potuto partecipare, ma X., saputi i miei trascorsi professionali, ci teneva ad incontrarmi. Ci siamo sentiti per telefono e ci siamo incontrati in un bar di Viterbo questa mattina. M. ha 52 anni ed   [cut] abita in una città Adel centro Italia , è un [cut]. E' sposato ed ha due figli.

Questo il suo racconto. Il 12.03.14, alle ore 21.30, percorreva con la sua vettura, una Smart con cambio automatico, la strada che dalla località B (dove aveva accompagnato la moglie) porta alla località C. 
Aveva da poco superato il paese A e stava percorrendo un tratto di via buio e con poche abitazioni. Ad un certo punto “sente” o meglio, “crede di sentire” una voce che gli ripete più volte la frase “vai piano”. La voce ha un timbro “femminile” e gli sembra “non naturale” (altre volte la definisce “artificiale, quasi metallica”). Istintivamente spegne l'autoradio pensando ad una trasmissione radiofonica o ad una interferenza (è solo in auto ed ha i finestrini chiusi). Dopo circa 500 metri vede una “figura” al centro della carreggiata. Rallenta e frena. Ha così modo di osservare, dal finestrino lato guida, un “essere” dalle fattezze “umanoidi”: è alto circa 140 cm, stima fatta avendo come riferimento l'altezza della sua autovettura. 
Ha una testa enorme, sproporzionata rispetto al resto del corpo, con due occhi grandi, “senza pupille” e di colore “azzurro-acqua”. Non nota un “naso vero e proprio” bensì due “fori” al suo posto. E non ha una “bocca”, o meglio, non riesce a distinguerla. Lo colpisce il fatto che il corpo sembra da “invertebrato”, cioè ha le spalle “molto strette” con assoluta mancanza di articolazioni tra spalla e braccio e tra braccio e gomito. La porzione di arti superiori che riesce a vedere è comunque sottile. Non riesce a distinguere le mani e gli arti inferiori. Il corpo ha un colore chiaro, che comunque definisce “sul grigio” e non sa distinguere se si tratti di “pelle” o di un indumento attillato tipo una “tuta sportiva come quella degli sciatori”. L'essere lo guarda ed emette un suono acuto tipo “uno strillo come quello delle donne quando hanno paura”. Poi, come se fosse spaventato dalle luci di alcune auto che scendevano in senso opposto (la strada in quel tratto è in salita) scappa velocemente imboccando una stradina, anch'essa in salita, sulla destra della carreggiata, che termina in un bosco.

X. ha paura, ed il primo istinto è quello di allontanarsi velocemente dal luogo. Ma l'auto si spegne o è spenta. Questo particolare lo allarma molto: le auto con il cambio automatico rallentano e scalano le marce automaticamente adattando la velocità al percorso (la strada in quel tratto era in salita) e quando si frena il motore resta acceso. Riavvia l'auto e “scappa”. Dopo qualche chilometro e dopo aver riacquistato serenità e il controllo della situazione, ripensando all'accaduto decide di voltarsi indietro e tornare sul luogo. Lo riconosce, accosta, identifica la stradina imboccata dall' “essere”, non nota niente di strano ma non se la sente di scendere dall'auto, per cui riprende la via verso Viterbo. Rientrato a casa, adesso più incuriosito dall'esperienza che spaventato, decide di contattare qualcuno per cercare di avere un parere su quanto gli è accaduto. Fa una ricerca in rete e decide di contattare il CISU di Viterbo perché vuole incontrare di persona chi è disposto ad ascoltare la sua esperienza.

X. appare una persona equilibrata, il suo eloquio è sicuro, fluido e ricostruisce i fatti con accuratezza e senza particolare partecipazione emotiva. Mi ha colpito il modo, oserei dire “impeccabile” con il quale ha affrontato le spiegazioni “razionali” possibili. Per prima cosa si è chiesto se poteva aver avuto una allucinazione, sia uditiva che visiva. Mi ha fatto molte domande in merito (e credo di avergli risposto in modo esaustivo). Poi ha ipotizzato che il volto visto potesse essere il riflesso del suo viso sul vetro del finestrino. Ha anche pensato ad uno scherzo, anche se il presunto autore “doveva essere per forza un ragazzino”, viste le dimensioni dell' “essere”. E' arrivato pure a pensare che qualcuno, sempre per scherzo, gli abbia “proiettato” l'immagine dell'entità con qualche strumento ottico. Ha pure preso in considerazione il suo stato psico-fisico. Non è un bevitore abituale (poco vino ai pasti e niente superalcolici). Non usa sostanze stupefacenti (tra l'altro i militari con obbligo di volo svolgono periodicamente test anti-droga). Non assume farmaci (gli unici che ha preso, quaranta giorni fa, degli antidolorifici prima di un intervento in artroscopia a un ginocchio. In quell'occasione ha subito un'anestesia locale). Al momento dell'avvistamento della creatura non era né stanco né assonnato. Non era stressato e guidava con attenzione. C'è poi la percezione uditiva della voce “femminile”. A questo proposito ha anche valutato un'ipotesi “paranormale”. Ricorda di aver letto di persone che sono state avvisate di un pericolo imminente da “voci” di familiari defunti o di entità angeliche. Ma nel suo caso ammette che la voce da lui udita, pur avendo un timbro femminile, non gli era assolutamente familiare (sua madre è deceduta quando lui era molto piccolo), e aveva poi quella componente “metallica” o “artificiale” come l'ha lui stesso definita. Più ci pensa e più è convinto che non l'abbia udita “con le orecchie”, ma che sia “manifestata” nel suo cervello quasi come se fosse stata una “comunicazione telepatica”.

Per altro nella sua vita non ha mai avuto esperienze particolari, ed è sempre stato molto scettico sia riguardo ai fenomeni paranormali che a quelli ufologici. A questo proposito mi ha riferito di non aver mai letto libri sull'argomento, solo articoli da riviste e giornali. Mi ha anche detto che durante voli notturni, e sempre in presenza di colleghi, ha avuto modo di avvistare luci anomale, ma è sempre riuscito a dare una spiegazione logica, plausibile e non esotica. Non è stato mai incline al soprannaturale, anche se riferisce una certa empatia con un familiare (si telefonano nello stesso momento, altri tipi di episodi sincronici). E' anche un astrofilo, possiede un telescopio, fa delle osservazioni notturne del cielo e mai gli è capitato di osservare “stranezze”.

Solo ad una mia domanda ha un po' titubato, quando gli ho chiesto perché si è rivolto a degli ufologi: in fondo non è stato avvistato alcun oggetto volante non identificato. Perché ha messo in relazione l'avvistamento della creatura con i fenomeni ufologici? Mi ha risposto che gli sembrava la cosa più logica e forse gli ufologi gli sono parsi gli unici in grado di dargli ascolto e forse una spiegazione.







Di fronte a questa “narrazione” si possono fare tante ipotesi ed illazioni. Domande se le è poste lo stesso testimone ma di fatto è difficile risalire a quel “quid” che ha generato quest’esperienza, questo vissuto raccolto “a caldo”.





L’ALIBI DELLA “QUIDDITAS”
Marco Mucci, anche lui (ex) ufologo compagno di viaggio, nel leggere le mie precedenti considerazioni sulla necessità della “capacità negativa” e della conseguente “accettazione del vuoto”, mi faceva notare che nell’insieme si tratta di riflessioni interessanti ma nel contempo “pelose” poiché indigeste al nostro usuale modo di pensare. E’ vero che nella storia della filosofia occidentale, e quindi in tutta la nostra storia, non si sono mai messe in discussione (se non a partire dal pensiero Kantiano) la necessità e la fiducia di scoprire le cause prime dei fenomeni, la quidditas che soggiace a tutto ciò che ci circonda. Ovvero la sostanza ultima di aristotelica memoria (“quod quid erat esse”, ciò che è l’essere). Come è altrettanto un dato evidente a noi uomini (post) moderni e secolarizzati che l’agognata quidditas (in italiano quiddità) o non esiste (ma qui si tratta di superbia intellettuale) o non è raggiungibile per definizione. Il raggiungerla sarebbe una contraddizione “in termini” per il pensiero umano. La verità assoluta non è raggiungibile, esistono solo verità relative prospettiche di ciascuno per cui si scorgono dettagli diversi dell’”oggetto” osservato: il che non vuole dire che esista l’oggetto e che questo abbia sue proprie caratteristiche morfologiche.

Marco mi fa di conseguenza rilevare che partendo da ciò ha da tempo lasciato (di qui il suo abbandono dalla ricerca attiva) ogni speranza che si possa un giorno conoscere la quidditas (se mai ce n’è una, diversa dalla cronaca raccontata dai testimoni e dagli ufologi) che genera il fenomeno UFO e che tantomeno possa farci progredire l’accumulo e lo studio dei dati statistici. La non accettazione del “vuoto” e dell’”insaturo”.

Nel contempo, però, Marco è comunque tutt’ora interessato da quella che definisce componente irrazionale – a suo parere tutta umana, ci tiene a specificarlo – del fenomeno, la “fringe ufology” della prima ora (quella “genuina” non la paccottiglia di oggi che ha lo scopo di raggiare alcuni sprovveduti). E dove trova rileva parallelismi (stando attento a non scadere nei paralogismi) con tutta la storia religiosa ed esoterica dell’occidente. Il suo è, in questo, un approccio “fenomenologico” (Van Gennep) nel senso che il perimetro del suo interesse è limitato a ciò che è in superficie, al fainomenon (ciò che appare) e quindi al racconto dei testimoni e degli ufologi in se stessi. E’ un po’ la posizione che si ritrova in David Halperin, professore di storia ebraica all’Università del North Carolina nel suo romanzo in parte autobiografico “La voce smarrita del cielo” (Salani, 2011).

David Brin nel racconto “Cosa dire a un UFO” (in “Urania”, “Altrove: contatti nel cosmo”, n. 1269, Mondadori, 29 ottobre 1995, pp. 100-103) asserisce che il “culto degli UFO” è un esempio lampante di “pensiero magico”, “in cui ciò che è vero è molto meno importante di ciò che dovrebbe essere”.

A suo avviso “non si può provare un’affermazione negativa. In altre parole , mentre i sostenitori degli UFO non sono mai riusciti a dimostrare un singolo caso di presunti incontri con alieni, basterebbe una sola eccezione per rendere dubbi tutti i casi non provati. I critici non riusciranno mai a eliminare la speranza dell’entusiasmo che la prossima volta tutto diventerà chiaro. Nessuna serie di esperimenti può dimostrare in maniera conclusiva che visitatori extraterrestri non hanno mai visitato o non visiteranno la Terra”. Lo stesso si potrebbe dire per gli “altrove” delle cosiddette teorie parafisiche. Il problema è un altro: che questi sono spesso punti di partenza e non di arrivo, con tutto quello che e consegue. In primis il ritenere tali posizioni non ipotesi ma credenze. Un atto di fede. Un limite alla sospensione del giudizio. La morte della “capacità negativa” e della conseguente accettazione del “vuoto” e dell’”insaturo”.

Ecco perché occorre essere intellettualmente audaci pur nell’accettazione dei limiti del comprensibile e spiegabile in modo da essere nel contempo pronti ad accogliere qualsiasi “novità”. Il che è capacità ancora di stupirsi e amore per il meraviglioso nelle sue innumerevoli possibilità. Senza con questo possedere la passione “magica” che i misteri rimangano misteri. Convinti come siamo che siano piuttosto degli enigmi da risolvere pur nella sospensione del giudizio e del pre-giudizio.

Mi sovviene alla mente la mistica ebraica medievale, la Kabbala, che riesce a riunire in sé gli opposti: “Nel palazzo del nulla risiede il tutto”.





Paolo Fiorino- Torino, 1-3 maggio 2014
 



lunedì 3 marzo 2014

VERSO UN UNIVERSO SOVRAFFOLLATO DI PIANETI SIMILI AL NOSTRO

E' la NASA a darcene ulteriori informazioni:


Per molto tempo il nostro pianeta, dotato non solo di acqua allo stato liquido ma anche di vita. è stato una sorta di anomalia pressoché unica dell'universo.
Penso alla famosa formula di Drake che nel suo sviluppo più pessimista faceva ritenere che potessimo essere gli unici esseri intelligenti dell'universo.
Se già ai tempi dei filosofi greci c'era chi aveva speculato un universo fatto di altri pianeti abitati simili al nostro, in realtà per secoli abbiamo solo avuto una vaga idea del cielo sopra la nostra testa, delle sue possibili dimensioni.
Ora la prova di mondi lontani abitati da esseri inteligenti può darsi che sia ancora lontana, ma possiamo dare per certo che esistono sistemi simili al nostro e cioè canditati pianeti nella “zona abitabile del sole”.

Pochi giorni fa la missione Keplero della NASA, ha annunciato la scoperta di ben 715 esopianeti che similmente alla Terra ruotano intorno ad una stella; questo indica una moltitudine di sistemi planetari simili al nostro.
Il 95% di questi pianeti ha una dimensione analoga a quella di Nettuno che è circa quattro volte la Terra.
Questa scoperta aumenta in modo significativo il numero di pianeti comparabili alla Terra, fuori dal nostro sistema solare.
La scoperta dei primi pianeti al di fuori del sistema solare risale a pochi decenni fa, e da allora si è sviluppato un sistema di analisi statistica che ha permesso nuove scoperte; Keplero osserva 150.000 stelle ed ha ritrovato che migliaia di queste hanno possibili pianeti. Questi 715 sono quelli che sono stati verificati finora.
Solo 4 anni fa Keplero annunciava la scoperta dei primi cento pianeti che di lì a poco erano diventati duecento pianeti “candidati”.
Quattro di questi nuovi pianeti sono meno di 2.5 volte la taglia della Terra, ed orbitano nella loro “zona abitabile del sole”, che definisce la distanza entro la quale quel pianeta può essere disponibile ad accogliere vita a base di acqua, allo stato liquido.
Tra questi all'interno della “zona abitabile” il pianeta denominato Keplero-226f orbita attorno ad una stella di dimensioni della metà del sole e con il 5% della sua luminosità.
Ma gli scienziati non sanno se Keplero-226f, che è due volte la Terra è un mondo alla stato gassoso, oppure un mondo circondato da un oceano.
Gli ultimi calcoli portano i pianeti al di fuori del nostro sistema ad un numero di circa 1.700.
Keplero lanciato nel marzo del 2009, ha scoperto finora più di 3.600 pianeti candidati di dimensioni simili alla Terra, di cui 961 verificati.

Questi dati verranno resi noti nell'articolo in pubblicazione a Marzo sulla rivista “The Astrophysical Journal”:


Può darsi che la Terra continui ad essere la sola anomalia, come pianeta dotato di vita, ma è chiaro che più scopriamo pianeti simili per dimensione, posizione, etc., e più aumentano le possibilità che la vita da “anomalia terrestre” si trasformi in fenomeno raro e, come spesso succede ai fenomeni rari, una volta definito un nuovo approccio strumentale si trovi ad essere un fenomeno ricorrente, ed in fondo banale.

[Fonte: www.nasa.gov]

sabato 1 febbraio 2014

Gennaio 2014. UN FULMINE GLOBULARE OSSERVATO ACCIDENTAMENTE DA STRUMENTI OTTICI, IN CINA.

In data 24 gennaio 2014, la rivista “Physical Review Letters” presenta un articolo dal titolo “Observation of the Optical and Spectral Characteristics of a Ball Lightning”, di Jianyong Cen, Ping Yuan e Simin Xue del Key Laboratory of Atomic and Molecular Physics and Functional Materials presso il College of Physics and Electronics Engineering della Northwest Normal University di Lanzhou, della provincia cinese di Gansu.
L'articolo parla di un Fulmine Globulare rilevato accidentalmente dalla strumentazione durante una sessione dedicata all'osservazione spettrografica di fulmini CG (cloud-to-ground).
Come sappiamo esistono pochi documenti fotografici di fenomeni riferibili a Fulmini Globulari, e da circa 170 anni la scienza dibatte circa un fenomeno perlopiù testimoniato da osservatori occasionali, ed è quindi rilevante che siano degli strumenti ad offrire una serie immagini e dati ottici di un fenomeno cosiddetto “raro e misterioso”.
Spesso il fenomeno è stato osservato in concomitanza dei temporali, ed in questo caso sembra addirittura provocato come conseguenza della scarica del fulmine sul terreno a poca distanza.
L'articolo riporta dati ottici e spettrografici che suggeriscono l'origine ed i componenti del Fulmine Globulare, permettendo di avviare qualche ipotesi iniziale.
Il rilevamento è avvenuto dell'estate del 2012 a Qinghai Plateau, durante un temporale alle ore 21,54 del 23 aprile 2012 (ora di Pechino).
La telecamera digitale ha registrato l'intero fenomeno in 82 fermo immagine.
Il Fulmine Globulare si è formato alla base del canale del fulmine CG, ad una distanza valutata di circa 0,9 km dalla strumentazione.
Il colore del Fulmine Globulare presenta una leggera variazione durante l'arco di tempo di esistenza del fenomeno: all'inizio è di un intenso bianco purpureo, per poi cambiare in arancio a 80 ms., quindi tra i 160 ed i 1100 ms mantiene un colore bianco per infine modificarsi in rosso al momento della scomparsa, dopo 1120 ms.
L'intera durata del Fulmine Globulare è stata di 1,64 s. mantenendo in quel periodo una forma apparente pressapoco sferica, in movimento orizzontale alla velocità di 8,6 m/s.
Il fenomeno mostra un spettrogramma continuo forte e l'emissione di linee di silicio, ferro, e calcio, che esistono durante la quasi totalità del tempo di vita del Fulmine Globulare.
Per una mancanza di calibrazione, agli Autori non è stato possibile attuare una analisi quantitativa della temperatura del Fulmine Globulare.
Dai dati traggono alcune conclusioni parziali osservando preventivamente che possono esistere vari tipi di Fulmini Globulari e più di un meccanismo di produzione, date le diverse caratteristiche riscontrabili.
Nella loro specifica osservazione il Fulmine Globulare ed il fulmine CG appaiono contemporaneamente in un frame del filmato, e dato che silicio, ferro, e calcio sono componenti del suolo, gli Autori hanno diverse ragioni per ritenere che il “loro” Fulmine Globulare sia stato generato dal fulmine CG quando ha colpito la superficie del terreno.
Infine gli Autori considerano che questo specifico Fulmine Globulare può essere associato alla teoria di Abrahamson-Dinniss, che suggerisce proprio questo tipo di meccanismo (riv. Nature, Londra, 403, 2000).